- “non è niente, non è per sempre”
- “codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”
Come se: per la stessa ragione della fuga, fuggire. Non c’è granchè di intelleggibile, a volte, di vocabolarizzabile, nel bisogno di ancestrale che ti porta a prendere la via del giardino e non del frigorifero quando hai voglia di un frutto. E fare a gara coi merli a scegliere la prugna più buona. (Ché – sembran quasi le Galapagos – qua i merli si stanno selezionando e diventano ogni anno più intelligenti: la paura del tagliaerba e degli umani è ormai roba da femminucce, adesso anzi sono contenti e ti seguono a meno di un metro per cercare lombrichi freschi nell’erba corta.)
E correre, semplicemente, quando vuoi rimescolarti un po’ i pensieri nel sangue che se no si depositano e fanno melma. Quando proprio serve stare un po’ più scomodi che seduti sul sellino della bici. Mandarli giù. Senza bisogno di automobile, di attrezzature, costumi da bagno o certificati medici. Gratis. Muovere le gambe, respirare. Basta. (Resistere, ecco, anche quello.) A sfidare te stessa, le ore di educazione fisica passate di forza a chiaccherare sui gradoni perché siamo femmine, e poi fuggite – anche allora – a giocare in difesa e calciare gli stinchi dei tuoi compagni di classe e ogni tanto prendere il pallone; sfidare le corse dall’asilo a casa tutte d’un fiato, il non aver più vent’anni e i sessantenni che fanno la stramilano.
(“A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”, dice il biglietto di compleanno dei ventuno.)
Trovare un gattino abbadonato che più che un gattino era una miniatura, e che poi da gattino è diventato gattina, e c'era da chiamarla Princesa se solo questa famiglia fosse musicalmente più acculturata. Vederla crescere con la sola forza dell'istinto, senza mamma nè servizi sociali, e assomigliare sempre più agli originali.
E riscoprire Montale, un pezzetto alla volta, con in più la soddisfazione di contestare la te stessa quindicenne che, causa cattedraticità della professoressa, pasticciava il libro mentre tutto quel male di vivere tediava l’aula. E avvicinarlo agli Afterhours e poi spostarlo di nuovo, repentina, ché sembrava una cazzata, ma poi rimanere nel dubbio.
E a proposito di ancestrale, Gigi ha – come sempre – qualcosa da dirci:
"(…) La campagna! Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. Sí ma se mi sapeste dire dov'è? Dico la pace. No, non temete non temete! Vi sembra propriamente che ci sia pace qua? Intendiamoci, per carità! Non rompiamo il nostro perfetto accordo. Io qua vedo soltanto, con licenza vostra, ciò che avverto in me in questo momento, un'immensa stupidità, che rende la vostra faccia, e certo anche la mia, di beati idioti, ma che noi pure attribuiamo alla terra e alle piante, le quali ci sembra che vivano per vivere, cosí soltanto come in questa stupidità possono vivere.
Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sí, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perché non ci si vive piú cosí per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensí per qualche cosa che non c'è e che vi mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l'affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia."
(L.Pirandello; Uno nessuno centomila)