Forse

Forse questo blog è giunto al termine delle sue possibilità. La sua vita, anche, per forza: è artificiale. Forse no. Forse c’è solo bisogno di cambiare aria, o grafica, o di lasciarlo riposare per un po’. In letargo. È bellissimo, il letargo, dopo che hai visto Bambi. Forse no. Forse, ad aspettare che le idee diventino chiare, non si schiariscono mai. Più si tenta di separare, di dire adesso faccio una cosa seria, o adesso faccio solo cazhttp://espertoseo.it/blog/esperto-seo-it-il-ritorno/93800zate, adesso sto al passo con la cronaca, o adesso sto un po’ strampalata, più si vuole razionalizzare più la mente si mischia, per dispetto. Forse la vita è tutto un dispetto. Dovrebbero scriverlo nei cioccolatini, ci starebbe bene. Forse, a continuare a prendere in giro i cioccolatini, finisce che diventi un ottimo autore di frasi per cioccolatini. Forse non bisognerebbe mai prendere in giro niente, per sicurezza.

Comunque qua, in teoria, si va in letargo. Poi, in teoria, se ne esce.
Intanto la chiusa mi viene così, non originale ma sempre efficace.

Qui non c’è più calma, settembre ci porterà via con sé.

(Verdena, 40 secondi di niente)

Il gatto e la formica (ma non è una favola di Fedro)

Chissà poi se bisogna tifare per il gatto o per la formica. Cioè, dico, quando la gattina – ancora alle prese con l’esplorazione curiosa e temeraria del mondo – si mette a seguire con lo sguardo i movimenti della formica, ruotando corrispondentemente la testolina, e tenta di prenderla con i suoi polpastrelli rosa e morbidi causando soltanto dei temporanei disorientamenti alla formica seguiti dalla rapida e primordiale fuga del “si salvi chi può” – quando è così, dico, che c’è la natura che gioca con la natura, entrambe piuttosto inconsapevoli di sé stesse, senza dèi, senza domande, senza giornate mondiali delle formiche, non si capisce chi bisogna tifare. Se distrai la gattina e dai il tempo alla formica di salvarsi, provocherai un’immane delusione alla gattina, che seguiterà a cercare il suo gioco non riuscendosi a spiegare dove cavolo è andata, che era lì un attimo fa. Se lasci alla gattina il naturale istinto cacciatore verso tutto ciò di piccolo che si muove, provocherai nella formica, se non necessariamente la morte o un qualche handicap fisico, almeno una buona base per uno shock psichico da tirarsi dietro nel prossimo futuro, lei che già ha mille cose da fare e una comunità intera da servire e tutto intorno è sempre così dannatamente grosso rispetto a lei.
Boh.

Scoliosi

Qualche tempo fa, Roberto Saviano aveva decantato i suoi dieci motivi per cui vale la pena vivere, non in ordine di importanza. Io a dire la verità sono una persona triste e ad arrivare a dieci mi sa che non ce la faccio, però i miei sei o sette cominciano così:

- i pink floyd.

Riflettendoci, Pulse e tutte quelle robe lì, proprio non sono concetti intelleggibili. Un Best of dei Pink Floyd non ha senso, intrinsecamente, si regalano dei soldi ai loro manager e ai grafici e basta. Coi Pink Floyd si può fare un Worst of, al massimo. Che comunque conterrebbe davvero poca roba, a mio avviso giusto On the run (blasfemicamente, dico che proprio tende a innervosire, bastava durasse la metà, e pare quasi inutile in un disco invece così oltremodo necessario) e qualcosa del secondo disco di Ummagumma – per apprezzare il quale, forse, semplicemente non sono (ancora?) abbastanza sommelier. Il resto va bene così. Il resto te lo instilli nelle orecchie come le gocce per l'otite da bambina sdraiata sul divano a guardare i puffi storti. Come una medicina per il cattivo umore, quando un male innominato, brutto come la domenica sera, che neanche puoi localizzare di preciso alla testa, prende a distorcerti gli atteggiamenti e la disposizione verso il mondo, una specie di scoliosi dell'anima. Lì i Pink Floyd vengono opportuni come il limone sull'uovo sodo, e ti fai la tua cura da non poterne sgarrare una dose proprio come gli antibiotici. Due gocce di pifferaio, un'occhiata ai maiali in cielo, un colpo al muro e guarisci, già nei primi minuti ti riconcilii con l'universo come neanche due ex fidanzati in una soap opera. Da metterci le due i, proprio, che, giuste o non giuste, son belle. Davvero, è incredibile. E poi improvvisamente il furgoncino dei surgelati che ogni tanto passa per le vie urlando dal microfono la propria venuta e incitando le massaie alla discesa in strada, quello che di solito poi mette col microfono L'emozione non ha voce o Tu mi fai girar come una bambola, ebbene, stavolta inaspettamente metterà Yesterday.

Impotenza (What’s my age again?)

(Ieri sera mi è capitato di accendere la televisione e, quando stavo ormai giungendo alla conclusione che l’unico risultato tangibile del digitale terrestre è stato quello di posticipare di una trentina di canali rispetto al precedente La7 l’esclamazione “anche stasera non c’è su niente”, mi sono imbattuta su Rai Storia, in cui c’era un documentario su Falcone e Borsellino, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio.)
 
La sensazione è quella di impotenza.
A vedere tutti quegli occhiali grandi anni ’90 con le montature marroni, il modello di alfa romeo che aveva tuo zio quando ancora abitava nella casa vecchia, i baffi sporgenti da tutte le bocche, il tipo di caratteri della scritta RAI sullo schermo televisivo, le facce giovani dei politici che hai sempre conosciuto vecchi. Tutto questo ti sembra così lontano eppure così vicino che ti manda un po’ in cortocircuito. Sei dell’88: il ’92 dev’essere l’anno in cui ti gloriavi di aver imparato a fare il doppio nodo alle stringhe delle scarpe, mica robe da lattanti, cactus (dicevamo così, no?). Quando hai cominciato a scrivere la data sui quaderni era il 1994, insomma: gli anni ’90 ti erano sempre sembrati tuoi, sul serio. E poi invece ti imbatti in queste cose qua, e scopri di essere praticamente sullo stesso piano di uno nato, per dire, nel duemila: orrore. Di essere come impotente – scoprire adesso, a tradimento, che tra te e quello che vedevi c’era una lastra di vetro smerigliato. E dover ricominciare da capo, spostare tutto indietro al livello, per dire, dell’antichissima seconda guerra mondiale, e studiare la tua infanzia sui libri di storia. È un cortocircuito. Hai il diritto di votare, potresti letteralmente guidare ininterrottamente fino a Stoccolma, potresti prender marito, casa e accendere il famoso mutuo: eppure sei così piccolo.
Dove lo troviamo il diritto di chiamarci adulti?
Che tu c’eri, sì, come c’erano i tuoi genitori, i vicini di casa e i tuoi professori: ma loro hanno inevitabilmente un punto in più, loro allora leggevano già i giornali e guardavano i telegiornali, seguivano e commentavano; e pur con tutto l’impegno e addirittura il futuro dalla tua parte, qui tu perdi. Sarà banale, lo so, è la legge del tempo: tra l’altro invece poi tu vinci, con quelli nati nel duemila, sulle Torri gemelle, ad esempio, mica poco. È banale e inevitabile (ma d’altronde chi l’ha detto che a blog si fan rivoluzioni, si possa far poesia?), però eppure è una sensazione che ti lavi via difficilmente.
 
Poi c’è quell’altra, di impotenza, certamente, quella di un magistrato che fa il suo lavoro e che continua a farlo pur sapendo di essere condannato, quella di uno Stato poco forte che da sempre non riesce a vincere perché, evidentemente, la mafia da sempre riesce a tenere a bada le scrivanie giuste, è logica elementare; quella di un telespettatore che vede le immagini dei rottami della macchina di quel magistrato e, letteralmente – beffardamente – non può fare niente. Ma questa è un’altra storia.

Ancestrale, parte seconda: L’uccellino

"Sentite, sentite: su nel bosco dei castagni, picchi d'accetta. Giú nella cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna, atterrare alberi per costruire case. Là, nella vecchia città, altre case. Stenti, affanni, fatiche d'ogni sorta; perché? Ma per arrivare a un comignolo, signori miei; e per fare uscir poi da questo comignolo un po' di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Siamo in campagna qua; il languore ci ha sciolto le membra; è naturale che illusioni e disinganni, dolori e gioie, speranze e desiderii ci appaiano vani e transitorii, di fronte al sentimento che spira dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili. Basta guardare là quelle alte montagne oltre valle, lontane lontane, sfumanti all'orizzonte, lievi nel tramonto, entro rosei vapori.
Ecco: sdraiato, voi buttate all'aria il cappellaccio di feltro: diventate quasi tragico; esclamate:
«Oh ambizioni degli uomini!»
Già. Per esempio, che grida di vittoria perché l'uomo, come quel vostro cappellaccio, s’è messo a volare, a far l'uccellino! Ecco intanto qua un vero uccellino come vola. L'avete visto? La facilità piú schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioja. Pensare adesso al goffo apparecchio rombante e allo sgomento, all'ansia, all'angoscia mortale dell'uomo che vuol fare l'uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta; il motore s'arresta; addio uccellino!
«Uomo,» dite voi, sdrajati qua sull'erba, «lascia di volare! Perché vuoi volare? E quando hai volato?»
Bravi. Lo dite qua, per ora, questo; perché siete in campagna, sdrajati sull'erba. Alzatevi, rientrate in città e, appena rientrati, lo intenderete subito perché l'uomo voglia volare. Qua, cari miei, avete veduto l'uccellino vero, che vola davvero, e avete smarrito il senso e il valore delle ali finte e del volo meccanico. Lo riacquisterete subito là, dove tutto è finto e meccanico, riduzione e costruzione: un altro mondo nel mondo: mondo manifatturato, combinato, congegnato; mondo d'artificio, di stortura, d'adattamento, di finzione, di vanità; mondo che ha senso e valore soltanto per l'uomo che ne è l'artefice.
Via, via, aspettate che vi dia una mano per tirarvi sú. Siete grasso, voi. Aspettate: su la schiena vè rimasto qualche filo d'erba… Ecco andiamo via."

(L.Pirandello, Uno nessuno centomila)

Ancestrale

- “non è niente, non è per sempre”
- “codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

Come se: per la stessa ragione della fuga, fuggire. Non c’è granchè di intelleggibile, a volte, di vocabolarizzabile, nel bisogno di ancestrale che ti porta a prendere la via del giardino e non del frigorifero quando hai voglia di un frutto. E fare a gara coi merli a scegliere la prugna più buona. (Ché – sembran quasi le Galapagos – qua i merli si stanno selezionando e diventano ogni anno più intelligenti: la paura del tagliaerba e degli umani è ormai roba da femminucce, adesso anzi sono contenti e ti seguono a meno di un metro per cercare lombrichi freschi nell’erba corta.)
E correre, semplicemente, quando vuoi rimescolarti un po’ i pensieri nel sangue che se no si depositano e fanno melma. Quando proprio serve stare un po’ più scomodi che seduti sul sellino della bici. Mandarli giù. Senza bisogno di automobile, di attrezzature, costumi da bagno o certificati medici. Gratis. Muovere le gambe, respirare. Basta. (Resistere, ecco, anche quello.) A sfidare te stessa, le ore di educazione fisica passate di forza a chiaccherare sui gradoni perché siamo femmine, e poi fuggite – anche allora – a giocare in difesa e calciare gli stinchi dei tuoi compagni di classe e ogni tanto prendere il pallone; sfidare le corse dall’asilo a casa tutte d’un fiato, il non aver più vent’anni e i sessantenni che fanno la stramilano.
(“A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”, dice il biglietto di compleanno dei ventuno.)
Trovare un gattino abbadonato che più che un gattino era una miniatura, e che poi da gattino è diventato gattina, e c'era da chiamarla Princesa se solo questa famiglia fosse musicalmente più acculturata. Vederla crescere con la sola forza dell'istinto, senza mamma nè servizi sociali, e assomigliare sempre più agli originali.
E riscoprire Montale, un pezzetto alla volta, con in più la soddisfazione di contestare la te stessa quindicenne che, causa cattedraticità della professoressa, pasticciava il libro mentre tutto quel male di vivere tediava l’aula. E avvicinarlo agli Afterhours e poi spostarlo di nuovo, repentina, ché sembrava una cazzata, ma poi rimanere nel dubbio.
E a proposito di ancestrale, Gigi ha – come sempre – qualcosa da dirci:

"(…) La campagna! Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. Sí ma se mi sapeste dire dov'è? Dico la pace. No, non temete non temete! Vi sembra propriamente che ci sia pace qua? Intendiamoci, per carità! Non rompiamo il nostro perfetto accordo. Io qua vedo soltanto, con licenza vostra, ciò che avverto in me in questo momento, un'immensa stupidità, che rende la vostra faccia, e certo anche la mia, di beati idioti, ma che noi pure attribuiamo alla terra e alle piante, le quali ci sembra che vivano per vivere, cosí soltanto come in questa stupidità possono vivere.
Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sí, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perché non ci si vive piú cosí per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensí per qualche cosa che non c'è e che vi mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l'affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia."

(L.Pirandello; Uno nessuno centomila)

Pensare è utile

(“E’ un testardo, un idealista: troppi sogni ha nel cervello. Io, che sono più realista, mi accontento di un castello.”)

In questi tempi di saldi proprio non ha prezzo entrare al Coin solo per andare in bagno, mentre le donne tutto intorno ringhiano e sudano rovistando freneticamente tra gli abiti le taglie i colori e i prezzi, ributtandoli là alla meglio o andando a fare la fila al camerino – i bagni, invece, liberissimi. E nell’uscire ignorare fintogalante i buttafuori in cravattanerasucamicianera mentre ti spruzzi un tocco di profumo facendo finta di non saper quale comprare, e poi uscire profumata.
E in mezzo a questo sole sobrio e contenuto come Benigni quando sale sul palco, il cielo a sorpresa tossisce tuoni dallo stomaco di dio, mentre pedalando stai pensando non troppo linearmente a locuzioni illuminate come il diritto all’autodeterminazione dei sogni cercando di dargli un significato plausibile, e alle melanzane alla parmigiana da preparare per cena. Non c’è da ripararsi, quest’estate è l’estate dei secchi presi dritti sulla pelle – il temporale sopra di te, la polmonite dentro di te. E delle foto scattate in piena pedalata, alla faccia di fotosciop.
C’è da guidare con la nuova libreria Billy appoggiata sulla testa, sulla leva del cambio-che-non-c’è, dopo la gita all’Ikea in cui da bravi italiani pizza&mandolino abbiamo rubato numero tre matitine di legno con scritto Ikea, e non pensare a come si porteranno le scatole dal garage alla camera di sopra perché pensare fa male, lo sanno tutti. E a dire Ikea viene in mente l’amore ai tempi dell’Ikea, che è una canzone che io mica ho capito del tutto, però mi sta simpatica la band e quindi l’ascolto. Sarà che è gratis.
(Però, pensandoci, basta aprirle in garage e portare su un pezzo alla volta, per esempio. Pensare è utile.)

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La propagazione dell’errore

E pensare che non gli avevamo creduto. Nelle giornate per l'orientamento, al liceo, quelli di medicina ce l'avevano detto, chiaro e tondo, di non fare assolutamente medicina, di togliercelo proprio dalla testa, di ascoltare loro finchè eravamo in tempo. Ma noi, giovani e testardi, non gli avevamo creduto, a questi giovani disillusi, e avevamo sperato piuttosto di non finire di lì a qualche anno come loro, giovani disillusi che non credono nemmeno in quello che fanno, quando ce l'hanno scritto nella data di nascita, di doverci credere.
Però, cacchio, fossero stati più precisi. "Non avrete più una vita sociale" è poco preciso, è iperbole, è vanto, è banale.
Avessero detto, per esempio: non potrete andare a una visita oculistica o anche solo dal vostro dottore per la ricetta dell'aulin senza prima aver ripassato. Non potrete salutare uno zio chiedendogli come sta perchè di sicuro avrà il mal di schiena e si aspetterà una diagnosi. Non potrete più, passando in cucina, guardare con serenità l'ora sul display del forno a microonde perchè saranno le 15.17 e di conseguenza la vostra testa partità, incontrollata, per sempre, con il flusso di coscienza preesame: traslocazione t(15;17) leucemia promielocitica, classe M3 della classificazione FAB, 5-10% di tutte le leucemie mieloidi acute, gene di fusione del recettore per l'acido retinoico PML/RARalfa, coagulazione intravascolare dissemianata, corpi di Auer, acido tuttotransretinoico, prognosi favorevole.
Avessero detto così, uno capiva. Invece sono stati poco precisi e l'errore si è propagato tra le generazioni.

(Rinvio ancora il qualcosa di più compiuto: sinceramente non ricordo se Dante avesse previsto anche un girone per i pigri, ma se c'è mi troverete là.)

Così, innanzitutto, dato che poi ogni anno sembra che mettano in piedi la woodstock orobica, vorrei invitare a non lasciarsi imbabolare troppo dall’effetto telecamera e teste-con-bandiere: il “pratone” di Pontida è grande praticamente come il campo di un oratorio, dal vivo è un ritaglio d’erba a lato della strada come ce ne sono tanti, e non fa per niente impressione. Qui per voi, dato che stiamo giocando a fare le blogger-giornaliste impegnate a smascherare la Verità, una prova da fonte direi attendibile.
Poi sì, c’è il referendum e c’è la calcolatrice per fare il 95% del 57% e capire con le proprie dita che se anche tutti quelli che non hanno votato avessero votato No, avrebbe vinto comunque il Sì. Matematica mon amour.
Poi c’è l’articolo dell’Economist e un programma appena scoperto con cui puoi trasferire facilmente le canzoni dall’iPod al Pc – non c’entra ma è bello uguale.
C’è quest’articolo di Gramellini e ci sarebbero mille parole da dire, sulla sfilata dei tifosi dell’Atalanta per sostenere la propria squadra non per una promozione in serie A (quella l’avevano fatta qualche giorno prima): per auspicare una giustizia giusta, processi non sommari, titoli di giornale non giustizieri. Sottotitolo scritto in nerazzurro sotto le bandiere nerazzurre: non ce ne frega un cazzo, vogliamo andare in A, Doni ha la faccia da bravo ragazzo e poi saranno marci un po’ tutti, al massimo.
Mi chiedo seriamente come si faccia ancora a tifare una squadra, che non siano i pulcini in cui gioca tuo figlio/fratello/cugino. E magari la Foppa, dai.
(Per fortuna sono femmina e posso tirarmi fuori quando voglio: io? mai capito niente di pallone.)

(E poi non c’è molto altro, a parte l’immunoreumatologia e le diottrie che si perdono per strada. Remotissimi, i dieci decimi liceali. A un più o meno prossimo futuro magari qualcosa di più compiuto.)