Il mondo in mezzo

("Ci vogliono tristi per farci contenti, ci fanno sognare i loro diamanti, ci vogliono fermi per prendere la mira, noi diventeremo una giostra che gira.")

Poi si fa la figura di quelli freddi, noiosi o annoiati, forse cinici. Ma pazienza. Anzi, viene quasi da rispedire al mittente le accuse, con un rovescio teso e impegnativo: cinici sarete voi, che vi appassionate di storie di ragazze uccise e violentate e bambini accoltellati da un raptus come con i gialli di Agatha Christie. E che mimetizzate il cinismo con mimiche facciali sofferenti di fronte al telegiornale, con elettronici messaggi twitter di umana empatia, con grida al lupo della spettacolarizzazione del dolore. Il silenzio, il saltare a piè pari le pagine di cronaca nera di un quotidiano, il non chiamare per nome la vittima come fosse un'amica, è sempre interpretato ad occhio nudo come indifferenza, quando invece può essere, se non addirittura rispetto, almeno Dubbio, o comunque un qualche sintomo di lavori in corso.
Non è che non mi dispiace per le persone a cui succedono quelle cose terribili, non sono insensibile solo perchè è successo lontano, e perchè nel mio piccolo non ho mai conosciuto di persona assassinati nè assassini, e dunque "sono robe da televisione". Il mio dire "sono robe da televisione" ha un'accezione diversa: è rivolto non ai fatti, ma agli sguardi su quei fatti.
Più che altro è che non capisco. (Come con un mucchio di altre cose, per altro. E quando non capisco qualcosa le reazioni in genere sono due: sdegnare quel qualcosa e nel frattempo cercare di capirlo.) Non capisco il perchè di tutte queste prime pagine di omicidi privati, le piantine della scena del crimine, le ricostruzioni, le telenovela di supposizioni, le vecchine che spiegano al salumiere perchè non può essere stato tizio ad accoltellare suo fratello e fanno invece leva sulle macchie di sangue sulla moto del socio d'affari, che oltretutto con quella barba si vede subito che è uno cattivo, che è uno che non va in chiesa. Non capisco gli ammassi di giornalisti avventarsi rapaci contro l'imputato mentre sale in macchina, e domandare ai vicini di casa ma lei lo conosce ci racconti. E' questa passione, la spettacolarizzazione del dolore. E' questo raccapricciarsi per la sorte storta di uno sconosciuto (lo stesso sconosciuto che magari avremmo insultato se ci avesse tagliato la strada al semaforo) ed entusiasmarsi come detective ad ogni nuovo indizio. E' la gente che vuole sapere il nome di qualcuno che è stato brutalmente ucciso, e vuole sapere da chi, per poter pensare che il mondo è una fossa di serpenti, e che degli zii non c'è da fidarsi, per poter scrivere sui muri il nome e dirgli, allo sconosciuto, sarai sempre con noi. In questo contesto una mamma che viene a sapere in diretta che hanno trovato il cadavere di sua figlia non è poi uno scandalo, a vederla bene. Lo scandalo sta a monte, lo scandalo è che quella mamma era già diventata famosa e che si ritroverà forse a pensare fortunate le mamme non-famose i cui figli non-famosi muoiono non-famosi.
(Lo scandalo è che tra i titoletti dei telegiornali scorrano robe come "scippatore ucciso a colpi di ombrello", "pensionato cade e annega in un fosso", "cane affamato assalta chiosco di hot dog" al posto di parlare del petrolio nel mare o della mafia nell'Expo, e che al dire "chissenefrega" si passi per apatici.)
Non m'importa del diritto di cronaca. M'importa del rispetto dei morti e dei vivi, dell'umiltà. M'importa che rimanga sempre ben presente che tra i detective nei bar e la gente vera coinvolta c'è una distanza enorme chiamata monitor, o carta, che non rende legittimo nessun tipo di commento, serio o stupido, studiato o buttato lì, perchè, semplicemente, noi di qua dal monitor non possiamo sapere niente, perchè lo sapete che differenza c'è tra la parola "bicicletta" e una bicicletta? C'è il mondo, in mezzo.
Rispondere "affari suoi" quando dicono "un certo Caio De Semproni è stato ucciso" non è cinismo, è semplicemente l'impossibilità di violare la vita di qualcuno nel modo barbaro della curiosità perversa. E' l'unico modo per lasciare in pace quelle persone, anche se non mi conoscono nè mi possono ringraziare, o proprio per questo.
La chiamano privacy, alcuni – ma solo quando vogliono loro.
Lo sappiamo che certi uomini uccidono altri uomini, che potremmo uscire di casa, imboccare la via sbagliata ed essere rapiti dal primo squilibrato che passa, che l'uomo più buono del mondo che nostra figlia ha sposato potrebbe prendersela un po' troppo per il tradimento e per cinque minuti non vederci più. Così come sappiamo che ogni volta che siamo in macchina corriamo uno spropositato numero di rischi al secondo, che potrebbe cadere il vaso dal balcone o il fulmine dal cielo: fa tutto parte del contratto che ci hanno fatto timbrare con l'ombelico ancora fresco, non è un buon motivo per tenerci al corrente di ogni delitto accaduto ai milioni di gente come noi che abita questo mondo, perchè sono fatti loro, come i loro matrimoni e le loro vacanze, e a noi altri-cittadini non cambia niente. Su quelle prime pagine e in quei titoloni tridimensionali devono starci invece i delitti che lo meriterebbero, i genocidi, le scelleratezze pubbliche – politici, aziende e cravatte varie – di cui invece dobbiamo sapere. Quei delitti compiuti coi soldi, con il potere, con le scrivanie, con i documenti e le e-mail, con gli interessi sopra tutto. Lì niente privacy, perchè a noi cittadini cambia eccome, perchè sono anche cose nostre.
Ma sembra che se non si vede il sangue non è interessante, come i thriller al cinema.

(Anche quando un cantate dice di essere gay: prima ancora di intavolare sfrenate discussioni sul perchè lo sia, perchè lo abbia detto, se sia lecito o no, se sia morale o no, se sia normale o no: prima ancora diciamo "affari suoi", e chiudiamo lì tutto. E, piuttosto, vediamo di trovare cinque minuti per leggere questo.)

Un pensiero su “Il mondo in mezzo

  1. il punto è che nessuno ha il coraggio di farsi schifo.

    C'è sempre bisogno di oggettivare l'indignazione in qualcuno-qualcosa che sia altro. 
    è un meccanismo sociologico che ci assolve da ogni nostra vergogna il pensare che c'è chi fa peggio.
    Unirsi (ipocritamente? senza averne il diritto?) al dolore degli altri spesso serve a sentirsi non solo assolti, ma anche buoni.

    Quando poi si invoca la pena di morte per chi ha salvato le nostre vergogne (il mostro di turno), è lì che l'Italiano medio si riappropria addirittura del concetto di giustizia.

    da-dà

    mi unisco al Suo sdegno, A.
    dp

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