(Ieri sera mi è capitato di accendere la televisione e, quando stavo ormai giungendo alla conclusione che l’unico risultato tangibile del digitale terrestre è stato quello di posticipare di una trentina di canali rispetto al precedente La7 l’esclamazione “anche stasera non c’è su niente”, mi sono imbattuta su Rai Storia, in cui c’era un documentario su Falcone e Borsellino, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio.)
La sensazione è quella di impotenza.
A vedere tutti quegli occhiali grandi anni ’90 con le montature marroni, il modello di alfa romeo che aveva tuo zio quando ancora abitava nella casa vecchia, i baffi sporgenti da tutte le bocche, il tipo di caratteri della scritta RAI sullo schermo televisivo, le facce giovani dei politici che hai sempre conosciuto vecchi. Tutto questo ti sembra così lontano eppure così vicino che ti manda un po’ in cortocircuito. Sei dell’88: il ’92 dev’essere l’anno in cui ti gloriavi di aver imparato a fare il doppio nodo alle stringhe delle scarpe, mica robe da lattanti, cactus (dicevamo così, no?). Quando hai cominciato a scrivere la data sui quaderni era il 1994, insomma: gli anni ’90 ti erano sempre sembrati tuoi, sul serio. E poi invece ti imbatti in queste cose qua, e scopri di essere praticamente sullo stesso piano di uno nato, per dire, nel duemila: orrore. Di essere come impotente – scoprire adesso, a tradimento, che tra te e quello che vedevi c’era una lastra di vetro smerigliato. E dover ricominciare da capo, spostare tutto indietro al livello, per dire, dell’antichissima seconda guerra mondiale, e studiare la tua infanzia sui libri di storia. È un cortocircuito. Hai il diritto di votare, potresti letteralmente guidare ininterrottamente fino a Stoccolma, potresti prender marito, casa e accendere il famoso mutuo: eppure sei così piccolo.
Dove lo troviamo il diritto di chiamarci adulti?
Che tu c’eri, sì, come c’erano i tuoi genitori, i vicini di casa e i tuoi professori: ma loro hanno inevitabilmente un punto in più, loro allora leggevano già i giornali e guardavano i telegiornali, seguivano e commentavano; e pur con tutto l’impegno e addirittura il futuro dalla tua parte, qui tu perdi. Sarà banale, lo so, è la legge del tempo: tra l’altro invece poi tu vinci, con quelli nati nel duemila, sulle Torri gemelle, ad esempio, mica poco. È banale e inevitabile (ma d’altronde chi l’ha detto che a blog si fan rivoluzioni, si possa far poesia?), però eppure è una sensazione che ti lavi via difficilmente.
Poi c’è quell’altra, di impotenza, certamente, quella di un magistrato che fa il suo lavoro e che continua a farlo pur sapendo di essere condannato, quella di uno Stato poco forte che da sempre non riesce a vincere perché, evidentemente, la mafia da sempre riesce a tenere a bada le scrivanie giuste, è logica elementare; quella di un telespettatore che vede le immagini dei rottami della macchina di quel magistrato e, letteralmente – beffardamente – non può fare niente. Ma questa è un’altra storia.
