Forse

Forse questo blog è giunto al termine delle sue possibilità. La sua vita, anche, per forza: è artificiale. Forse no. Forse c’è solo bisogno di cambiare aria, o grafica, o di lasciarlo riposare per un po’. In letargo. È bellissimo, il letargo, dopo che hai visto Bambi. Forse no. Forse, ad aspettare che le idee diventino chiare, non si schiariscono mai. Più si tenta di separare, di dire adesso faccio una cosa seria, o adesso faccio solo cazhttp://espertoseo.it/blog/esperto-seo-it-il-ritorno/93800zate, adesso sto al passo con la cronaca, o adesso sto un po’ strampalata, più si vuole razionalizzare più la mente si mischia, per dispetto. Forse la vita è tutto un dispetto. Dovrebbero scriverlo nei cioccolatini, ci starebbe bene. Forse, a continuare a prendere in giro i cioccolatini, finisce che diventi un ottimo autore di frasi per cioccolatini. Forse non bisognerebbe mai prendere in giro niente, per sicurezza.

Comunque qua, in teoria, si va in letargo. Poi, in teoria, se ne esce.
Intanto la chiusa mi viene così, non originale ma sempre efficace.

Qui non c’è più calma, settembre ci porterà via con sé.

(Verdena, 40 secondi di niente)

Impotenza (What’s my age again?)

(Ieri sera mi è capitato di accendere la televisione e, quando stavo ormai giungendo alla conclusione che l’unico risultato tangibile del digitale terrestre è stato quello di posticipare di una trentina di canali rispetto al precedente La7 l’esclamazione “anche stasera non c’è su niente”, mi sono imbattuta su Rai Storia, in cui c’era un documentario su Falcone e Borsellino, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio.)
 
La sensazione è quella di impotenza.
A vedere tutti quegli occhiali grandi anni ’90 con le montature marroni, il modello di alfa romeo che aveva tuo zio quando ancora abitava nella casa vecchia, i baffi sporgenti da tutte le bocche, il tipo di caratteri della scritta RAI sullo schermo televisivo, le facce giovani dei politici che hai sempre conosciuto vecchi. Tutto questo ti sembra così lontano eppure così vicino che ti manda un po’ in cortocircuito. Sei dell’88: il ’92 dev’essere l’anno in cui ti gloriavi di aver imparato a fare il doppio nodo alle stringhe delle scarpe, mica robe da lattanti, cactus (dicevamo così, no?). Quando hai cominciato a scrivere la data sui quaderni era il 1994, insomma: gli anni ’90 ti erano sempre sembrati tuoi, sul serio. E poi invece ti imbatti in queste cose qua, e scopri di essere praticamente sullo stesso piano di uno nato, per dire, nel duemila: orrore. Di essere come impotente – scoprire adesso, a tradimento, che tra te e quello che vedevi c’era una lastra di vetro smerigliato. E dover ricominciare da capo, spostare tutto indietro al livello, per dire, dell’antichissima seconda guerra mondiale, e studiare la tua infanzia sui libri di storia. È un cortocircuito. Hai il diritto di votare, potresti letteralmente guidare ininterrottamente fino a Stoccolma, potresti prender marito, casa e accendere il famoso mutuo: eppure sei così piccolo.
Dove lo troviamo il diritto di chiamarci adulti?
Che tu c’eri, sì, come c’erano i tuoi genitori, i vicini di casa e i tuoi professori: ma loro hanno inevitabilmente un punto in più, loro allora leggevano già i giornali e guardavano i telegiornali, seguivano e commentavano; e pur con tutto l’impegno e addirittura il futuro dalla tua parte, qui tu perdi. Sarà banale, lo so, è la legge del tempo: tra l’altro invece poi tu vinci, con quelli nati nel duemila, sulle Torri gemelle, ad esempio, mica poco. È banale e inevitabile (ma d’altronde chi l’ha detto che a blog si fan rivoluzioni, si possa far poesia?), però eppure è una sensazione che ti lavi via difficilmente.
 
Poi c’è quell’altra, di impotenza, certamente, quella di un magistrato che fa il suo lavoro e che continua a farlo pur sapendo di essere condannato, quella di uno Stato poco forte che da sempre non riesce a vincere perché, evidentemente, la mafia da sempre riesce a tenere a bada le scrivanie giuste, è logica elementare; quella di un telespettatore che vede le immagini dei rottami della macchina di quel magistrato e, letteralmente – beffardamente – non può fare niente. Ma questa è un’altra storia.

La crudeltà

La crudeltà è quella cosa che succede quando uno è sulla metro e sta leggendo sul Metro che in questi giorni c'è Roger Waters al Forum di Assago e i biglietti sono esauriti più o meno da prima che lui nascesse, e per un motivo imprecisato ma crudele l'avventore alza lo sguardo e sopra la porta della metro legge tra le nuove fermate della metro inaugurate da poco legge il nuovo capolinea "Assago forum". Che a vivere in un paesino queste cose non succedono, la città invece è crudele, ti dà possibilità e anche te le toglie.
Poi invece somewhere over the internet legge che sempre lì in città c'è una mostra su De Andrè, e per sfizio va su google maps e scopre che è ubicata due isolati più in là di dove passa le sue giornate. Per lo meno questa non se la perderà, si dice, dura fino a maggio e poi De Andrè è morto, non scappa, si consola.
Roger Waters invece sembrerebbe ancora piuttosto vivo, dicono.

E’ iniziata la corsa ai saldi (correte e piangete)

(Che a me la Befana mi è sempre stata antipatica, proprio come concetto, come personaggio e come festa, proprio come fatto che Epifania fa schifo a tutti da dire, mentre Befana, quella sì che è da festeggiare, bah. Ma il punto è che poi ci sono dei conoscenti che alla befana vanno al centro commerciale x ché c'è un tizio/a del gieffe a fare non so cosa, boh, a svendere sorrisi telegenici e sintassi da gabbiani. E allora mille volte meglio la befana, percarità. E il fatto che dico sempre che finchè non vedo non ci credo per una volta non funziona, ci credo credissimo, pur di non vedere.)
Correte e piangete.
Ma poi basta vedere come ci stupiamo nel sentire che la boliviana che ci sta passando accanto sul marciapiede sta fischiettando, per capire quanto siamo tristi e quanto poco liberidentro; o quanto ci sbalordisce il ragazzo che in stazione, in mezzo ai nostri zaini e alle nostre ventiquattrore, scende le scale scivolando sul corrimano. E da dietro gli immaginiamo il sorriso sul volto, e probabilmente lo invidiamo. Basta notare tutta la gente che si lustra le mani di Amuchina Igienizzante. (Che va bene, io sono una futura medichessa e dovrei non solo essere conscia e sensibile dell'igiene pubblica e delle infezioni che tramandiamo inconsapevoli tra le genti col semplice grattarci il labbro appena prima di attaccarci al palo nella metro, ma dovrei anche addirittura sensibilizzare gli altri, fare sana informazione sanitaria nel popolino e andar per parrucchiere a scardinare gli articoli di Donna Moderna, dovrei. Ma invece no, finchè posso me ne lavo le mani – e non mi scuso nemmeno per il gioco di parole. L'Amuchina mi fa tristezza, indipendentemente dalla sua pur invidiabile capacità battericida.) Dicevamo, la tristezza: basta pensare all'esistenza delle previsioni del tempo. Non c'è niente di più triste nel concetto intrinseco di "previsione del tempo". Che finchè se ne interessano i marinai, a come saranno messi domani i venti e le tempeste, i piloti d'aereo, passi certamente. Ma noi. Che si rubino soldi alla ricerca medica o alla previdenza, e li si sprechi insieme a macchinari e calcoli e divise dell'aeronautica per farci sapere che domani non vale la pena di andare al mare e che dopodomani sarà variabile, sbagliando in una notevole percentuale di casi perchè la natura fa quello che vuole e a dirla tutta fa anche bene, e che nel frattempo ci si dimentichi di alzare il capo al cielo la mattina prima di uscire, è ignobile.
E possiamo arrabbiarci quanto vogliamo, ma le nuvole, se decidono di nasconderci un'eclissi, c'hanno comunque ragione loro.

Come Super Mario

Il voler tentare di descrivere, o azzardare un voler capire, la situazione, è difficile. E’ facile invece, come sempre, dire che è difficile. Siamo lì, come faceva Super Mario dentro il nostro Gameboy, a osservare un passaggio intricato e pensare come superarlo, e provare e morire e riprovare, ricominciando ogni volta dal primo livello. Siamo spettatori profani di una partita di rugby e crediamo semplicemente che tutti si picchino, mentre invece rispettano e anche bene molte regole a noi invisibili, e sono anzi additati come gentiluomini dello sport. Ci agitiamo sulla sedia quando non troviamo nelle nostre lunghe raccolte multimediali la musica giusta, i brividi ci contorcono, vibriamo come una stella. Per mere questioni anagrafiche (casuali o celesti a seconda della visione) non abbiamo modo di ricordare il prima, di immaginare che potesse essere in un qualsiasi modo diverso. Per noi la politica coincide con un uomo, col suo metodo e i suoi capelli, il suo nome è stato uno dei primi ad esserci familiare dopo quello di Mila Azuki, è tragico ma è così, non ne abbiamo colpa. Ci hanno raccontato di guerre in casa nostra e dai vicini, di muri che vengono su e poi vengono buttati giù, di televisioni con un canale soltanto, che dopo una certa ora non trasmettevano più, di ragazze che non potevano portare i pantaloni, di quelli che per diritto volevano dare diciotto a tutti, di un partito grande e solido al comando per una cinquantina d’anni, di associazioni segrete e buste nelle tasche interne delle giacche. E noi ci crediamo, non abbiamo scelta, ci fidiamo. Ma capire, quello è un altro discorso. Capiamo il sale su Cartagine, capiamo la storia di Arianna che lascia il filo nel labirinto, capiamo Marco Polo e le brioches da mangiare quando finisce il pane. Ma nell’intensa volata finale vedere a colori tutto quello che ci hanno detto in bianco e nero ci sembra quasi impossibile.
Allora ci stiamo inventando il nostro modo. Usiamo tutto come blanda premessa, come assioma tutto sommato poco importante, lo issiamo su una bandiera retorica e andiamo avanti alla cieca, ora esaltando ora rinnegando un passato di costumi che non ci apparterrà mai del tutto.
Eppure è sempre andata così, nessuna generazione ha mai colpa per quelle precedenti e cerca di impararne e cambiarne allo stesso tempo, e siamo arrivati fin qua tutto sommato facendo molti progressi – ora risparmiamo il sale, per esempio.

Le viscere che insorgono (un post pieno di link)

La domanda principale è come cazzo si fa a scrivere questo, a mettere insieme palesi bugie e un tono da sbruffone e farlo passare per giornalismo solo perchè è scritto su quei cosi di carta fine che a vederli – effettivamente – sembrano davvero giornali.
Ci sarebbe da chiederselo con rabbia, proprio, ma invece lo chiedo con un tono calmo, ecco, manteniamo la calma.
(Tra l'altro non è neanche elegante prendersela con chi è più sfortunato di noi – questo Borgonovo deve avere una capacità di attenzione un po' deficitaria, se trenta minuti gli sembrano "un tempo interminabile", poverino.)
Ma manteniamo la calma.
Qui se ne parla più seriamente, per esempio.
Qui la dimostrazione che si possono fare anche critiche sensate.
Qui un'abile stoccata, da un Corriere più pungente del solito.
Che poi però ritorna serio e raggiunge l'acme dell'analisi sociostatisticogiornalistica, il cui imponente risultato cambierà certamente la storia d'Italia.
Qui un excursus che se è vero fa un po' schifo.
Qui un altro post pieno di link.
Poi se si vuol stare leggeri si può vedere Crozza.

Ma rimane doveroso trovare un ritaglio di tempo (interminabile) per guardare Saviano, e nel sentire i nomi di posti vicini, che si conoscono, sentire le viscere insorgere.
Sarebbe doveroso farlo vedere nelle scuole, un avvenimento così, come si fa vedere il documentario sul DNA e sulla seconda guerra mondiale a integrazione delle lezioni. Indipendentemente da tutto, perchè, cazzo, non è sempre tutto questione di politica. E' questione di pensiero, di dover e voler tentare di vedere le cose il più possibilmente vicine a come stanno, farcele raccontare da chi ne sa e integrarle in tutte le nostre successive concezioni e valutazioni. Perchè se combattere la mafia è anche una questione di leggi, beh, le leggi arrivano quando qualcuno ci pensa su, e questo qualcuno saremo noi, i bambini e i ragazzi che per ora crescono ancora convinti che siano solo questioni di lupare e picciotti.
E quindi siamo disposti a sorbirci anche gli un po' insulsi elenchi di Fabio Fazio, chissenefrega. Ma il discorso di Saviano, quello mostratelo nelle scuole.

(Per quanto riguarda Fini e Bersani che si copiano il temino di parole belle e giuste, ero totalmente sicura che fosse solo una specie di pretesto autoironico, e che, essendoci ospite anche Paolo Rossi, poi arrivasse lui con Gaber. Ero sicura, credevo proprio di aver presagito la scaletta. Invece purtroppo non era pretesto di un bel niente, e Paolo Rossi più tardi ha preferito far abbastanza pena con robe sue.)

Viva le ulcere

novembre è un mese che è facile dire che fa schifo e piove sempre e sopra i campi la mattina c’è la nebbia, ma è difficile contestare credibilmente che non fa schifo perché fa schifo davvero, e possibile che nel duemilaedieci non abbiano ancora trovato il modo di non far formare le pozzanghere, e che sui marciapiedi si combatta a stoccate di odio e ombrelli e i tram accanto sferragliano e ti han detto che è il loro modo di ridere, e i suv derapando in curva ti pennellano addosso la pozzanghera delle marianne perché è bello cominciare la giornata come la scena più mediocre di un film mediocre, perché a novembre ogni luogo comune vale, perché novembre non ha senso, o ne ha fin troppo.
(oppure sei lieto e al novembre non ci badi)
la sera fuori c’è buio e la sera comincia alle quattroemmezza, nei finestrini dei treni ci vedi riflessi i passeggeri dell’altro lato del corridoio e nel nero dietro scorre una centrale elettrica illuminata, e tenta pure di riflettersi nel fiume, e c’è da avere orecchi esterni medi e interni per intendere, c’è.
ed è una cosa vigliacchissima usare tutte queste coordinate, lo so.
ma di vigliaccheria qua si tengono lezioni, lezioni di mimica facciale, lezioni di logorrea, di esperti di moda che si grattano la gola ed è giusto oppure no capirne il senso etico?, di rospi e musica da ingoiare a stomaco vuoto, e viva le ulcere, e soprattutto viva le citazioni.
voglia di disinfestare i cervelli dalla plastica che li infesta, fonderli insieme e costruirci qualcosa di nuovo, esporli in un museo.
voglia di bruciare la paglia sotto alle galline che stanno facendo le uova, voglia di non disturbare, voglia di avere senso.

Esecrabile

Il momento è quello di resistere ancora un po'  – come quell'infinito che è sempre un numero in più di quello che pensi. Ci sarebbe da dire: esecrabile, cogliere la citazione e ascoltarla ad un volume un po' più alto del dovuto. (Quando la musica si fa accademica crusca. Come con gli Afterhours, che si capisce che son cosa ragguardevole al solo sentire quel nella quale, pronome relativo notoriamente delle grandi occasioni, cantato limpido ed evidente all'inizio di un verso.)
I pensieri si rotolano addosso disordinati, ruvidi, rumorosi e ostinati. Come avessero ragione solo loro e il loro magnaccia Freud. Come non ci fosse un modo per governarli, nel ventunesimo secolo l'acqua corrente la Luna l'iPad eccetera.
Il futuro è sempre là che sogghigna, e nel frattempo l'impressione è che non ci sia il tempo di fare niente. Si esce di casa alle sette e venti, si ritorna poco prima delle sette piemme, e si diserta non molto dopo le ventuno. Il cuscino e la coperta sono l'Obiettivo, e all'evoluzione della specie ci pensino gli altri. Il fine settimana è solo l'inizio di quella dopo.

"Signore delle domeniche, prova ad esserlo anche del lunedì e di tutti quei giorni tristi che ci capitano sulla Terra."

(E al partire da una canzone e vagare tra i suggerimenti di youtube, la meditazione riguarda la finitezza o meno della memoria umana. Non potrà starci tutto, ci sarà prima o poi un limite. Tra tutte queste canzoni vecchie da rimembrare e quelle nuove da innamorarsi, tutte queste combinazioni di musica e intelligenza che non possiamo per dovere morale lasciarci sfuggire, tutte le mutazioni che ne vengono, le rivoluzioni, le competenze e i sogni. E poi ci son comunque anche i romanzi, i saggi, la storia, i ricordi belli e inutili del colore del bagno dell'asilo, le puntate della Tata e la farmacologia. Ci vorrà un cervello esterno, prima o poi.)

Qualcuno prima o poi mi dovrà spiegare

Qualcuno prima o poi mi dovrà spiegare perchè, parlando di persone defunte, le si appella sempre come "povero" o "poveretto". Come fosse una specie di titolo nobiliare da appiccicare sempre davanti al nome. Con sospiro annesso, tanto per essere più chiari. Forse per tutto quello che ha passato? L'angoscia dell'agonia prolungata e la sofferenza del corpo imprigionato a un letto, lo sferzante pugno dell'imprevedibilità che gli ha rotto a sorpresa un'arteria nel cervello? Immagino che sia così, altrimenti non me lo spiego proprio. Anzi, mi dà quasi fastidio. Anzi, non quasi: proprio. Perchè – sarà anche detto con tutta la benevolenza di questo mondo, ma – chiamare poveretto un morto "solo" perchè è morto mi pare, più che benevolenza, sciacallaggine. Un atto di dubbio gusto. Sembra quasi voler dire "non se lo meritava, e invece, poveretto, gli è successo". Che è, essenzialmente, ammettere che esiste l'ipotesi che qualcuno possa meritarselo. E non so se lo scandalo sia più che qualcuno possa davvero meritarsi la morte, o che – girando la medaglia – si pensi che la morte sia qualcosa che si possa meritare o meno. E non semplicemente qualcosa che succede, quando vuole lei e come vuole lei (esattamente come la vita e le sue imitazioni), e che, semplicemente, ce ne dimentichiamo quasi sempre per le troppe distrazioni.
O sembra quasi voler dire, anche: "poveretto, se n'è andato proprio adesso, che noi invece c'abbiamo ancora tante cose da fare e da guardare, qui, noi non-poveretti a cui è dato, non sappiamo perchè, di esserci ancora." Come se prima o poi ci sarà davvero un momento in cui non ci sarà più niente da fare e da vedere, e quello allora sarà il momento giusto per morire, mica adesso, e noi sì che siamo ancora in corsa. Noi vincenti. Dicendo sciacallaggine intendevo anche presunzione, quindi. Presunzione perchè ci fa sentire superiori il solo fatto di essere in piedi a guardare dall'alto un nostro simile sdraiato in una scatola di legno e illuminato da un cero. Un nostro simile che, con quella scatola, ha perso. A cui neghiamo, solo per il fatto della scatola, molta della dignità che gli concedevamo da vivo. Che nelle nostre teorie dei massimi sistemi crediamo abbia solo mollato la presa sul corpo e liberato l'anima all'infinito, e sia quindi ancora tra noi e tutto, però evidentemente ne siamo meno persuasi di quello che crediamo, perchè nel vedere il suo corpo inerte sdraiato in quella scatola, alla totale mercè dei nostri silenziosi stupri – sguardi e carezze magari mai dategli da vivo -, e nel pensare alla sua anima immortale, vince udite udite il corpo: tanto che poi diciamo "poveretto". Cioè, dite. Io non l'ho mai detto, perchè ho il dubbio che non sia giusto nè necessario nè utile nè vero.
Sono sicura che non ci sia malizia, che sia solo buona fede e tanta tanta paura/soggezione di questo mistero infinito che non ci è dato mai capire fino in fondo, che è la morte, la vita e le sue imitazioni. Che sia autodifesa, in fondo; che non si può biasimare niente a nessuno, in queste cose, perchè la linearità è una cosa da bambini, e nessuno ha le istruzioni nè quindi il diritto di giudicare. Però bisognerebbe almeno avere la decenza di non dire niente, piuttosto. Ché non sempre comunicare tramite parole è essenziale. Ché dire "povero" è indecente. Ché nessuno vince nè perde, e noi non siamo superiori a un bel niente.

"Se tu capissi com'è fortuito che ci troviamo qui e che tu sia ancora vivo, se tu provassi a pensare a tutti gli incidenti a cui sei scampato contro ogni calcolo di probabilità, contro ogni verosimiglianza, ti accorgeresti che non hai scelta e avresti una grande considerazione per quello che ti circonda, e forse anche per me."
(non ricordo quale personaggio di Un destino ridicolo, De Andrè e Gennari)