Qualcuno prima o poi mi dovrà spiegare perchè, parlando di persone defunte, le si appella sempre come "povero" o "poveretto". Come fosse una specie di titolo nobiliare da appiccicare sempre davanti al nome. Con sospiro annesso, tanto per essere più chiari. Forse per tutto quello che ha passato? L'angoscia dell'agonia prolungata e la sofferenza del corpo imprigionato a un letto, lo sferzante pugno dell'imprevedibilità che gli ha rotto a sorpresa un'arteria nel cervello? Immagino che sia così, altrimenti non me lo spiego proprio. Anzi, mi dà quasi fastidio. Anzi, non quasi: proprio. Perchè – sarà anche detto con tutta la benevolenza di questo mondo, ma – chiamare poveretto un morto "solo" perchè è morto mi pare, più che benevolenza, sciacallaggine. Un atto di dubbio gusto. Sembra quasi voler dire "non se lo meritava, e invece, poveretto, gli è successo". Che è, essenzialmente, ammettere che esiste l'ipotesi che qualcuno possa meritarselo. E non so se lo scandalo sia più che qualcuno possa davvero meritarsi la morte, o che – girando la medaglia – si pensi che la morte sia qualcosa che si possa meritare o meno. E non semplicemente qualcosa che succede, quando vuole lei e come vuole lei (esattamente come la vita e le sue imitazioni), e che, semplicemente, ce ne dimentichiamo quasi sempre per le troppe distrazioni.
O sembra quasi voler dire, anche: "poveretto, se n'è andato proprio adesso, che noi invece c'abbiamo ancora tante cose da fare e da guardare, qui, noi non-poveretti a cui è dato, non sappiamo perchè, di esserci ancora." Come se prima o poi ci sarà davvero un momento in cui non ci sarà più niente da fare e da vedere, e quello allora sarà il momento giusto per morire, mica adesso, e noi sì che siamo ancora in corsa. Noi vincenti. Dicendo sciacallaggine intendevo anche presunzione, quindi. Presunzione perchè ci fa sentire superiori il solo fatto di essere in piedi a guardare dall'alto un nostro simile sdraiato in una scatola di legno e illuminato da un cero. Un nostro simile che, con quella scatola, ha perso. A cui neghiamo, solo per il fatto della scatola, molta della dignità che gli concedevamo da vivo. Che nelle nostre teorie dei massimi sistemi crediamo abbia solo mollato la presa sul corpo e liberato l'anima all'infinito, e sia quindi ancora tra noi e tutto, però evidentemente ne siamo meno persuasi di quello che crediamo, perchè nel vedere il suo corpo inerte sdraiato in quella scatola, alla totale mercè dei nostri silenziosi stupri – sguardi e carezze magari mai dategli da vivo -, e nel pensare alla sua anima immortale, vince udite udite il corpo: tanto che poi diciamo "poveretto". Cioè, dite. Io non l'ho mai detto, perchè ho il dubbio che non sia giusto nè necessario nè utile nè vero.
Sono sicura che non ci sia malizia, che sia solo buona fede e tanta tanta paura/soggezione di questo mistero infinito che non ci è dato mai capire fino in fondo, che è la morte, la vita e le sue imitazioni. Che sia autodifesa, in fondo; che non si può biasimare niente a nessuno, in queste cose, perchè la linearità è una cosa da bambini, e nessuno ha le istruzioni nè quindi il diritto di giudicare. Però bisognerebbe almeno avere la decenza di non dire niente, piuttosto. Ché non sempre comunicare tramite parole è essenziale. Ché dire "povero" è indecente. Ché nessuno vince nè perde, e noi non siamo superiori a un bel niente.
"Se tu capissi com'è fortuito che ci troviamo qui e che tu sia ancora vivo, se tu provassi a pensare a tutti gli incidenti a cui sei scampato contro ogni calcolo di probabilità, contro ogni verosimiglianza, ti accorgeresti che non hai scelta e avresti una grande considerazione per quello che ti circonda, e forse anche per me."
(non ricordo quale personaggio di Un destino ridicolo, De Andrè e Gennari)