Forse

Forse questo blog è giunto al termine delle sue possibilità. La sua vita, anche, per forza: è artificiale. Forse no. Forse c’è solo bisogno di cambiare aria, o grafica, o di lasciarlo riposare per un po’. In letargo. È bellissimo, il letargo, dopo che hai visto Bambi. Forse no. Forse, ad aspettare che le idee diventino chiare, non si schiariscono mai. Più si tenta di separare, di dire adesso faccio una cosa seria, o adesso faccio solo cazhttp://espertoseo.it/blog/esperto-seo-it-il-ritorno/93800zate, adesso sto al passo con la cronaca, o adesso sto un po’ strampalata, più si vuole razionalizzare più la mente si mischia, per dispetto. Forse la vita è tutto un dispetto. Dovrebbero scriverlo nei cioccolatini, ci starebbe bene. Forse, a continuare a prendere in giro i cioccolatini, finisce che diventi un ottimo autore di frasi per cioccolatini. Forse non bisognerebbe mai prendere in giro niente, per sicurezza.

Comunque qua, in teoria, si va in letargo. Poi, in teoria, se ne esce.
Intanto la chiusa mi viene così, non originale ma sempre efficace.

Qui non c’è più calma, settembre ci porterà via con sé.

(Verdena, 40 secondi di niente)

La crudeltà

La crudeltà è quella cosa che succede quando uno è sulla metro e sta leggendo sul Metro che in questi giorni c'è Roger Waters al Forum di Assago e i biglietti sono esauriti più o meno da prima che lui nascesse, e per un motivo imprecisato ma crudele l'avventore alza lo sguardo e sopra la porta della metro legge tra le nuove fermate della metro inaugurate da poco legge il nuovo capolinea "Assago forum". Che a vivere in un paesino queste cose non succedono, la città invece è crudele, ti dà possibilità e anche te le toglie.
Poi invece somewhere over the internet legge che sempre lì in città c'è una mostra su De Andrè, e per sfizio va su google maps e scopre che è ubicata due isolati più in là di dove passa le sue giornate. Per lo meno questa non se la perderà, si dice, dura fino a maggio e poi De Andrè è morto, non scappa, si consola.
Roger Waters invece sembrerebbe ancora piuttosto vivo, dicono.

La gimkana

E così, mentre Yara Gambirasio e la Libia perdono inesorabilmente posizioni nelle homepage dei quotidiani (perché va bene la suspence, va bene la ribellione non armata contro il dittatore, ma senza uno straccio di sospettato da linciare si perde il gusto, e se volevamo una guerriglia noiosa e tirata per le lunghe compravamo dei libri, che gli storici e i professori universitari coi baffi esistono apposta), viene quasi da pensare all’unità di questa cosa che si chiama Italia. Dicono che sia un tema d’attualità. Che bisogna destreggiarsi bene tra storia, orgoglio, indifferenza, retorica, originalità e soprattutto fazzolettini verdi. Che è una gimkana sempre impegnativa e molti vorebbero davvero potersi distrarre col nome di quel sospettato, piuttosto.
A me verrebbe da stilare la seguente lista di buoni propositi, come piccolo e personalissimo impegno:
Per la storia: ci si perda in una classica wikigita.
Per l’orgoglio: si riascolti Gaber che non si sentiva italiano ma perfortuna o purtroppo lo era.
Per il pizzico di retorica: ci si bagni dell’entusiasmo di Benigni a Sanremo.
Per l’originalità, per esempio, si festeggi sinceramente l’impegno della nazionale di rugby di ieri contro la Francia che ha portato a una storica e meritatissima vittoria.
Per i fazzolettini verdi: io personalmente cercherò, con tutta la fondamentale ingenuità, di capire almeno a grandi linee in cosa consista questo cacchio di sbandieratissimo federalismo fiscale e se sia, senza pregiudizi, una cosa bella o brutta.
Per l’indifferenza direi che è sufficiente la condotta tenuta sino ad ora, siamo maestri.
Poi insomma, la cosa bella sarebbe riprenderli uno a uno e farci un post per ciascuno. Chissà.


 

Forse il loro viaggio porta un po’ più lontano

Forse il prezzo della benzina viene dopo.

Così, si scarica musica gratis e legale insieme, incredibile. Italiana e senza vallette, incredibile. Che parla in italiano, ma la si può anche regalare a quelli di là dal mare, volendo.

Balla che chiunque un giorno ballerà
guardando sotto i piedi leggerà il tuo nome
libertà

Giochino /bis

Non è che sia ossessionata, però con le foto è ancora più divertente. Perchè da qualche parte tra le scrivanie, in ogni redazione, c’è un ometto che, maniche rimboccate e caffè davanti, si deve spulciare qualche immenso archivio fotografico perchè deve Scegliere. E, com’è evidente, scegliere quella giusta, che dice le cose come vanno dette, che non distorca le labbra al direttore e che enfatizzi al massimo l’enfatizzabile, per altro già enfatizzato sufficientemente dalle dimensioni del titolo associato alla foto – che c’è la gara a chi ce l’ha più grosso, non lo sapevate?
C’è chi illustra la disperazione, chi la preoccupazione, chi la rabbia, chi la seduta al trono, chi l’avvocato: ognuno scelga la sua verità.
(Le proporzioni tra le foto sono assolutamente rispettate. Rispettata, quindi, anche la considerevole dimensione che l’Italia ha sul mappamondo: non si legge perchè le didascalie mi sono uscite minuscole, ma le ultime quattro immagini, quelle più piccole, sono estere: El pais, NYTimes, Guardian, BBC. Per le altre mi sa che più o meno ci si arriva lo stesso…)

Vero e finto (la storia di un bicchiere)

Tralasciando di proposito ogni discorso sul contenuto del monologo dell'altro giorno di Marco Paolini (da non venirne più fuori per la serietà), appunto invece una cosa sulla forma, un dettaglio che mi ha colpito. E' un dettaglio, davvero. Non ricordo di preciso il momento, ma a un certo punto parlando ha accennato qualcosa e ha detto "adesso ve ne parlo, di questo, ma prima…" e, stava camminando per la scena, si è diretto a un piccolo lavandino. Al muro c'era legato con una cordicella un bicchiere, non ricordo se di vetro o di ceramica, l'ha riempito con un po' d'acqua e ne ha bevuto un bel sorso. Ma poi, la cosa strabiliante: dopo aver bevuto non ha ripreso subito a parlare, no. Ha risciacquato il bicchiere, prima. Proprio come facciamo noi a casa, l'ha passato velocemente sotto un getto d'acqua e poi l'ha scrollato, prima di rimetterlo al suo posto. Solo dopo, ha ricominciato a parlare.
A me son venuti in mente quei programmi televisivi che hanno un nome terribile, varietà (come a dire: non sappiamo fare niente di preciso, troppo impegnativo, siete matti), quelli che vanno in prima serata su raiuno o canale cinque con Carlo Conti o Antonella Clerici che sorridono e gridano sempre, o robe del genere. Che a volte mettono in piedi assurde scenografie di polistirolo in mezzo allo studio, solo per fare tirare un rigore all'ospite calciatore o farlo cadere in una piscina di vernice o fargli fare due metri di corsa coi sacchi. E dopo i trenta secondi di gag la scenografia o è appunto stata distrutta dalla gag o comunque non serve più, e finirà la sera stessa nei container dietro i capannoni di cinecittà dove arriveranno i camion a portarli via. Il bicchiere, qui, sarebbe stato di plastica e, soprattutto, sarebbe stato gettato per terra, in attesa che venisse un tecnico non inquadrato a portarlo via.
A me è venuta in mente la differenza tra finto e vero, e mi è venuto in mente che non è giusto dire che la televisione è finta.
Vero è un attore che parla da un'ora e a un certo punto fa un occhiolino a Pirandello, esce temporaneamente dal ruolo ed esercita il sacrosanto diritto di avere la gola secca. Ed è così vero che nello spettatore non avviene nessun cortocircuito, ci arrangiamo piuttosto bene con il concetto di attore e quello di uomo, davvero. Gli fosse anche scappata la pipì l'avremmo aspettato tranquillamente, nessun problema.
Finto è il polistirolo, finti sono i cerchi sul pavimento per indicare dove mettere i piedi, finti sono i sorrisi che non fanno ridere.
La televisione, di suo, sa essere perfettamente vera. (E il teatro è comunque finto, poche storie, vero Gigi? Meno finto del cinema, ma comunque finto. Però è fatto apposta.) Solo che non la usano quasi mai per quello scopo. Come al solito: si fa un'invenzione, geniale, storica, innovativa, poi ci si abitua, la si manipola, la si storta, e la si continua a far passare per innovativa. Finchè non arriva qualcosa di davvero innovativo e li frega tutti.

Le viscere che insorgono (un post pieno di link)

La domanda principale è come cazzo si fa a scrivere questo, a mettere insieme palesi bugie e un tono da sbruffone e farlo passare per giornalismo solo perchè è scritto su quei cosi di carta fine che a vederli – effettivamente – sembrano davvero giornali.
Ci sarebbe da chiederselo con rabbia, proprio, ma invece lo chiedo con un tono calmo, ecco, manteniamo la calma.
(Tra l'altro non è neanche elegante prendersela con chi è più sfortunato di noi – questo Borgonovo deve avere una capacità di attenzione un po' deficitaria, se trenta minuti gli sembrano "un tempo interminabile", poverino.)
Ma manteniamo la calma.
Qui se ne parla più seriamente, per esempio.
Qui la dimostrazione che si possono fare anche critiche sensate.
Qui un'abile stoccata, da un Corriere più pungente del solito.
Che poi però ritorna serio e raggiunge l'acme dell'analisi sociostatisticogiornalistica, il cui imponente risultato cambierà certamente la storia d'Italia.
Qui un excursus che se è vero fa un po' schifo.
Qui un altro post pieno di link.
Poi se si vuol stare leggeri si può vedere Crozza.

Ma rimane doveroso trovare un ritaglio di tempo (interminabile) per guardare Saviano, e nel sentire i nomi di posti vicini, che si conoscono, sentire le viscere insorgere.
Sarebbe doveroso farlo vedere nelle scuole, un avvenimento così, come si fa vedere il documentario sul DNA e sulla seconda guerra mondiale a integrazione delle lezioni. Indipendentemente da tutto, perchè, cazzo, non è sempre tutto questione di politica. E' questione di pensiero, di dover e voler tentare di vedere le cose il più possibilmente vicine a come stanno, farcele raccontare da chi ne sa e integrarle in tutte le nostre successive concezioni e valutazioni. Perchè se combattere la mafia è anche una questione di leggi, beh, le leggi arrivano quando qualcuno ci pensa su, e questo qualcuno saremo noi, i bambini e i ragazzi che per ora crescono ancora convinti che siano solo questioni di lupare e picciotti.
E quindi siamo disposti a sorbirci anche gli un po' insulsi elenchi di Fabio Fazio, chissenefrega. Ma il discorso di Saviano, quello mostratelo nelle scuole.

(Per quanto riguarda Fini e Bersani che si copiano il temino di parole belle e giuste, ero totalmente sicura che fosse solo una specie di pretesto autoironico, e che, essendoci ospite anche Paolo Rossi, poi arrivasse lui con Gaber. Ero sicura, credevo proprio di aver presagito la scaletta. Invece purtroppo non era pretesto di un bel niente, e Paolo Rossi più tardi ha preferito far abbastanza pena con robe sue.)

La zona industriale a Ferragosto

Può anche essere che poi siano tutte invenzioni. Ché a volte ti sembra proprio di sentire la giraffa sopra la tua testa, ben attenta a non entrare nell'inquadratura, e i teloni bianchi per la luce.

Uno sperava fermamente di poter vivere una vita intera senza mai dover entrare in una banca, poi succede quello che succede e si ritrova poco più che ventenne pensionato INPS, a scorrere impaurito le pagine e pagine di clausole di un conto corrente e ritrovarsi possessore di un marchingegno alieno di nome Bancomat. Ad entrare indifesa nella grande banca della grande città insieme ad altre due donnine indifese e sentirsi come i bambini di Mary Poppins, con tutto quel marmo, e sentir parlare di obbligazioni fondi comuni tassi fissi euribor bce capital gain e intanto essere rimasti indietro a chiedersi cosa voglia dire "cedola".

Uno ha mille parole in testa, da dire, le ha anche magari organizzate in frasi compiute e in discorsi sensati, concatenati, e poi si ritrova a dirne solo cento, o solo dieci, di quelle mille, ché erano troppe e quasi soffocava. Però se è uno che di solito ne dice una, di parola, anche averne dette dieci è un buon risultato, c'è da dire.
Soprattutto se sono uscite lasciando leggerezza e un buon aroma.
E l'autoradio può anche rimanere zitta, ché la musica la fanno i bei pensieri, a volte. I nastri registrati da riguardarsi nella mente, magari senza lasciar perdere troppi semafori gialli – ché poi diventano rossi mentre stai passando e ti tocca tornare indietro per vedere se c'era la telecamera, giusto così, per esser sicura di poter imprecare in modo ufficiale o se invece solo per esercizio interno morale.

E la zona industriale, a Ferragosto, è un'altra dimensione.
(E forse dirlo adesso e non a Ferragosto parrebbe ritardo, ma forse è solo il fuso orario.)

E’ lo stupore, bellezza!

E’ che poi ci si prende la mano nel sentirsi grandi artisti. Dico: schiacci il dito su un tasto a caso e quel frangente, quel tasto, ti fanno partire in testa la sigla di Mila e Shiro. Come quel gioco di Sarabanda: la indovino con una! Tu non ci riuscivi mai, e invece a volte, per caso, capita. E parti. E poi, appunto, ti senti un artista, un orecchio nato. Anche se è successo tutto per caso.
E allora schiacci tasti a caso solo per vedere che lampadina si accende questa volta. Canzone del padre. La città vecchia. Bidibi bodibi bu. Kiss me Licia. E se ti blocchi su una nota allora ti impunti, perchè è così che fanno gli artisti, no? Ti canti e ricanti il pezzo in testa e ci suoni sopra, fino a che coincidono. Hai lì i tasti davanti e sai che uno è sicuramente quello giusto, non puoi non trovarlo. E’ matematica. E’ una questione di principio.
Ti impunti fino al punto di accenderti l’mp3 nelle orecchie e trovare nota per nota la linea del basso. Ti rendi conto che non è un metodo molto professionale, però funziona. (Il basso è veramente gran roba. Io credo più della chitarra. Io in un gruppo avrei voluto suonare il basso. E’ quello che dà la tridimensionalità, che è tutto.)
E la bellezza del creare musica (creare ovviamente non nel senso di inventare melodie inedite, ma di – materialmente – mettere in risonanza l’aria della stanza alle frequenze giuste) è unica. Perfino se non si tratta di martelletti di legno pregiato che colpiscono corde studiate ma di semplici circuiti elettronici che riproducono suoni preregistrati.
Così tanto che non importa un pruno secco se quello che stai creando è musica che normalmente non ti azzarderesti troppo trattarla come tale.
Va bene l’Ave Maria di Schubert e va bene Come mai degli 883, va bene Per elisa e la colonna sonora della pubblicità della Barilla, va bene Nothing else matters e va bene perfino Azzurro di quel gran trombone di Adriano Celentano, a cui normalmente tireresti un secchio d’acqua (sporca) ogni volta che apre bocca, per la simpatia.
Il punto è solo che, senza le tue dita sui tasti, l’aria lì intorno sarebbe zitta, e invece tu la fai cantare. E’ qui che ti senti – insulsamente – artista. (E’ un po’ come la sensazione delle prime volte che si guida: che la macchina si muove nel modo giusto – più o meno… – unicamente a causa tua.)

Non va bene, se mai, questa mania che ti è presa di sfoggiare tutto su splinder, ché potrebbe essere mal interpretato, come comportamento. Potrebbe sembrare ansia di mostrarti, e invece è più che altro solo necessità di condividere lo stupore. Perchè non puoi essere tu, quella, perchè sai poco più che i nomi delle note e sui tuoi libri di pianoforte con illustrazioni a colori ci imparavi canzoncine che avevano titoli come “Il tucano matto” o “Piove piove” o “Swing del pescatore”. Eppure, nonostante tu non sappia cosa sia una scala aumentata o un ritmo sincopato, l’aria risuona alle frequenze giuste grazie a te. Forse è arrogante, come ignoranza, ma è comunque una sensazione di una bellezza stupefacente.