Il gatto e la formica (ma non è una favola di Fedro)

Chissà poi se bisogna tifare per il gatto o per la formica. Cioè, dico, quando la gattina – ancora alle prese con l’esplorazione curiosa e temeraria del mondo – si mette a seguire con lo sguardo i movimenti della formica, ruotando corrispondentemente la testolina, e tenta di prenderla con i suoi polpastrelli rosa e morbidi causando soltanto dei temporanei disorientamenti alla formica seguiti dalla rapida e primordiale fuga del “si salvi chi può” – quando è così, dico, che c’è la natura che gioca con la natura, entrambe piuttosto inconsapevoli di sé stesse, senza dèi, senza domande, senza giornate mondiali delle formiche, non si capisce chi bisogna tifare. Se distrai la gattina e dai il tempo alla formica di salvarsi, provocherai un’immane delusione alla gattina, che seguiterà a cercare il suo gioco non riuscendosi a spiegare dove cavolo è andata, che era lì un attimo fa. Se lasci alla gattina il naturale istinto cacciatore verso tutto ciò di piccolo che si muove, provocherai nella formica, se non necessariamente la morte o un qualche handicap fisico, almeno una buona base per uno shock psichico da tirarsi dietro nel prossimo futuro, lei che già ha mille cose da fare e una comunità intera da servire e tutto intorno è sempre così dannatamente grosso rispetto a lei.
Boh.

Ancestrale, parte seconda: L’uccellino

"Sentite, sentite: su nel bosco dei castagni, picchi d'accetta. Giú nella cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna, atterrare alberi per costruire case. Là, nella vecchia città, altre case. Stenti, affanni, fatiche d'ogni sorta; perché? Ma per arrivare a un comignolo, signori miei; e per fare uscir poi da questo comignolo un po' di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Siamo in campagna qua; il languore ci ha sciolto le membra; è naturale che illusioni e disinganni, dolori e gioie, speranze e desiderii ci appaiano vani e transitorii, di fronte al sentimento che spira dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili. Basta guardare là quelle alte montagne oltre valle, lontane lontane, sfumanti all'orizzonte, lievi nel tramonto, entro rosei vapori.
Ecco: sdraiato, voi buttate all'aria il cappellaccio di feltro: diventate quasi tragico; esclamate:
«Oh ambizioni degli uomini!»
Già. Per esempio, che grida di vittoria perché l'uomo, come quel vostro cappellaccio, s’è messo a volare, a far l'uccellino! Ecco intanto qua un vero uccellino come vola. L'avete visto? La facilità piú schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioja. Pensare adesso al goffo apparecchio rombante e allo sgomento, all'ansia, all'angoscia mortale dell'uomo che vuol fare l'uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta; il motore s'arresta; addio uccellino!
«Uomo,» dite voi, sdrajati qua sull'erba, «lascia di volare! Perché vuoi volare? E quando hai volato?»
Bravi. Lo dite qua, per ora, questo; perché siete in campagna, sdrajati sull'erba. Alzatevi, rientrate in città e, appena rientrati, lo intenderete subito perché l'uomo voglia volare. Qua, cari miei, avete veduto l'uccellino vero, che vola davvero, e avete smarrito il senso e il valore delle ali finte e del volo meccanico. Lo riacquisterete subito là, dove tutto è finto e meccanico, riduzione e costruzione: un altro mondo nel mondo: mondo manifatturato, combinato, congegnato; mondo d'artificio, di stortura, d'adattamento, di finzione, di vanità; mondo che ha senso e valore soltanto per l'uomo che ne è l'artefice.
Via, via, aspettate che vi dia una mano per tirarvi sú. Siete grasso, voi. Aspettate: su la schiena vè rimasto qualche filo d'erba… Ecco andiamo via."

(L.Pirandello, Uno nessuno centomila)

Ancestrale

- “non è niente, non è per sempre”
- “codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

Come se: per la stessa ragione della fuga, fuggire. Non c’è granchè di intelleggibile, a volte, di vocabolarizzabile, nel bisogno di ancestrale che ti porta a prendere la via del giardino e non del frigorifero quando hai voglia di un frutto. E fare a gara coi merli a scegliere la prugna più buona. (Ché – sembran quasi le Galapagos – qua i merli si stanno selezionando e diventano ogni anno più intelligenti: la paura del tagliaerba e degli umani è ormai roba da femminucce, adesso anzi sono contenti e ti seguono a meno di un metro per cercare lombrichi freschi nell’erba corta.)
E correre, semplicemente, quando vuoi rimescolarti un po’ i pensieri nel sangue che se no si depositano e fanno melma. Quando proprio serve stare un po’ più scomodi che seduti sul sellino della bici. Mandarli giù. Senza bisogno di automobile, di attrezzature, costumi da bagno o certificati medici. Gratis. Muovere le gambe, respirare. Basta. (Resistere, ecco, anche quello.) A sfidare te stessa, le ore di educazione fisica passate di forza a chiaccherare sui gradoni perché siamo femmine, e poi fuggite – anche allora – a giocare in difesa e calciare gli stinchi dei tuoi compagni di classe e ogni tanto prendere il pallone; sfidare le corse dall’asilo a casa tutte d’un fiato, il non aver più vent’anni e i sessantenni che fanno la stramilano.
(“A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”, dice il biglietto di compleanno dei ventuno.)
Trovare un gattino abbadonato che più che un gattino era una miniatura, e che poi da gattino è diventato gattina, e c'era da chiamarla Princesa se solo questa famiglia fosse musicalmente più acculturata. Vederla crescere con la sola forza dell'istinto, senza mamma nè servizi sociali, e assomigliare sempre più agli originali.
E riscoprire Montale, un pezzetto alla volta, con in più la soddisfazione di contestare la te stessa quindicenne che, causa cattedraticità della professoressa, pasticciava il libro mentre tutto quel male di vivere tediava l’aula. E avvicinarlo agli Afterhours e poi spostarlo di nuovo, repentina, ché sembrava una cazzata, ma poi rimanere nel dubbio.
E a proposito di ancestrale, Gigi ha – come sempre – qualcosa da dirci:

"(…) La campagna! Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. Sí ma se mi sapeste dire dov'è? Dico la pace. No, non temete non temete! Vi sembra propriamente che ci sia pace qua? Intendiamoci, per carità! Non rompiamo il nostro perfetto accordo. Io qua vedo soltanto, con licenza vostra, ciò che avverto in me in questo momento, un'immensa stupidità, che rende la vostra faccia, e certo anche la mia, di beati idioti, ma che noi pure attribuiamo alla terra e alle piante, le quali ci sembra che vivano per vivere, cosí soltanto come in questa stupidità possono vivere.
Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sí, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perché non ci si vive piú cosí per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensí per qualche cosa che non c'è e che vi mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l'affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia."

(L.Pirandello; Uno nessuno centomila)

Diesis

Vincono i ratti cocainomani, vincono le discussioni originali come pippo baudo, come il sedere delle modelle. Vincono gli auguri di compleanno ricordati per facebook, sinceri.
Ma tu basta che prendi un po’ di vento e una vecchia betulla, e hai fatto il mare. Siamo quelli che non hanno mai creduto alla storia della conchigl10apr11ia appoggiata all’orecchio, lì ci sentivamo al massimo il frusciare del nostro sangue. (Facciamo colazione anche con un toast, del resto.) Sostituire il caffè la mattina con i cento metri olimpionici per prendere il treno, e poi sfiatare il fiatone. E sull’estratto conto sette centesimi di interessi, lordi, che due sono di ritenuta fiscale. E labbra da ridere. Come capire una conversazione fra stranieri, come i vecchietti che non ti conoscono eppure per strada ti salutano, perché sei giovane perché sei in bici, mentre a lato il ravizzone nei campi non ha altra ragione di esistere che il giallo. La primavera, all’inizio, è sottile come un diesis, e ti tiene su dai burroni di luoghi comuni, dai libri fotocopiati, da questa vita in pdf in cui si può perfino essere stanchi del futuro. E non sapere ancora se si chiamano banchieri o bancari, e non volerlo sapere mai.

Considerazioni banali, un po’ paradossali, e svariate citazioni incastrate a simulare seriosità. (Insomma un post estivo.)

(Guarda un po' se tutto, in estate, deve essere estivo.)
Che a pensarci bene Agosto non mi è mai piaciuto più di tanto. In confronto a Luglio, dico. Molto più interessante Luglio. Lì bello, al centro del trio d'estate giugno-luglio-agosto, come un re – nonostante l'etimologia sia favorevole ad Agosto – con la possibilità di grandi cose sia alle spalle che davanti. Agosto è un po' troppo concreto, in questo senso. E' di tutti. Tutti che fanno qualcosa, ad Agosto. Se non altro bevono l'acqua che gli viene distribuita in coda ai caselli. (Appello: genti di tutte le autostrade, unitevi. Chiudete il finestrino in faccia ad ogni giornalista che vi chiede come va la coda. Solo così la smetterranno. Il silenzio come miglior risposta, la nonviolenza come miglior arma. Tentare di costruircela, la dignità che auspichiamo. E voi rimasti soli nelle città vuote: quando vi chiedono com'è la città vuota rispondete: "è vuota" oppure: "come l'anno scorso. è tutto nell'archivio del suo giornale". La logica e la maieutica come migliori insulti.)
Invece a volte c'è più gusto nel non fare niente, e nel trovare in quel niente il tutto che basta. Approfittare dei lampioni guasti per slogarsi l'epistrofeo guardando le stelle. Fare un saggio backup degli otto gb di musica che si possiede, dopo aver ordinatamente sistemato tutte le cartelle e togliere la maiuscola all'inizio di ogni parola, checcacchio. Scoprire Mirror Ball e ascoltarlo mentre si pedala tenaci in salita. Pedalare in salita unicamente perchè si è certi che dopo c'è la discesa, e vengano ancora a dire che la fisica è astratta. Forare due gomme in due giorni, dimenticarsi soldi e telefono a casa nel primo e nel secondo scoprire che, bastardi, la domenica i ciclisti sono chiusi. Camminare into the wild fino a casa elaborando un nuovo corollario della teoria panteista: la puntura di una zanzara non è altro che donare il sangue a chi ne ha bisogno. Ricercare sempre e comunque il paradosso, per sopravvivere alla banalità volgare di molto mondo. Quasicompletare la discografia dei Dream Theater. Leggere i testi dei Pearl Jam prima di ascoltare la musica. Ascoltare la musica senza sentire il testo. Voler tornare indietro di quattro o cinque anni per poter rivivere tutto con un filo di cultura e consapevolezza in più. Osservare i semi seminati a maggio e che son cresciuti fino a diventare piantine, piantine che fanno pomodori, pomodori veri, pomodori piccoli come piselli e poi pomodori grandi come pomodori, e poi pomodori grandi come pomodori che diventano rossi. Essere in qualche modo affezionati a quei cuori di bue, e quasi dispiaciuti di doverli prima o poi mangiare. Sentirsi un po' come quello là di Una barca nel bosco. Scacciare e bramare la Grande Degenerazione. Essere un po' indecisi su tutto, tranne che sull'indecisione. (*).  Allungare costantemente la lista dei libri da leggere sperando ciecamente in qualche futura dilatazione temporale che permetta di leggerli tutti. O al massimo in un indulto. Salire le montagne e sentirsi onnipotenti. Camminare su pietre e terra e erba, sapere tutto autoctono, e capire che non c'è bisogno di nient'altro, e un po' sperarlo, e sperare che lo sperino tutti, anche quelli che si scottano i piedi sulla sabbia trasportata lì coi camion proprio per lorsignori. Camminare per sentieri della Resistenza, e immaginare i partigiani mentre li tracciavano dal nulla, con le loro braccia, rincorsi dai tedeschi ma più che altro dalle vipere. Agognare il mare per questioni più intellettuali che romagnole, e sapersi noiosi. Essere noiosi su tutto, tranne che sulla noia. Non viaggiare per un milione di motivi antipatici, e continuare imperterriti a dire che viaggiare ci piace. Perchè è vero. E per la solita storia che il futuro, finchè è futuro, è possibilità, e niente può togliercela, e niente può falsificarlo. (Per una volta, chissenefrega se non è scientifico, mio caro Popper – se eri tu.)
Forse a sforzarsi di pensarci meglio, Luglio o Agosto non cambia niente.

(*)
 

Pensieri (l’arte dello scuoiare)

Ok, è una teoria è un po’ macabra. Ma facciamoci forza. Al massimo la esorcizziamo con un po’ di musica sdolcinata e stucchevole. E non preoccupatevi: la sdolcinatezza stucchevole la esorcizziamo a sua volta con un po’ di storte esitazioni e tasti pigiati male. (Che Yiruma evita solo perchè è un fighetto.) Ecco:

La teoria riguarda gli uomini, le donne, il corpo, la pelle e la bellezza. Si potrebbe spargere per il post un po’ di foto holliwoodiane eccetera, ma avete capito. In genere si catalogano i belli, i brutti, i bellissimi, i bruttissimi e le vie di mezzo. La teoria invita poi a considerare questo. Prendete un bello, un bellissimo, un brutto, un bruttissimo e una via di mezzo. Diciamo Brad Pitt o sua moglie/concubina/cheneso, la ragazza svedese in autobus di cui state pensando di ogni, il figo con la barba sfatta sullo sfondo della foto di un amico di un tuo amico su facebook, il primo signore sfigurato dall’acido che sale con voi sull’ascensore e un conoscente che vi è indifferente. Armatevi di seghetto o qualsivoglia strumento e tagliate, sezionate, angolate, scuoiate. O anche solo: incidete e levate semplicemente la pelle, sbucciate delicatamente, come si fa con la pesca quando è matura.
Se non avete voglia guardate qua, che si può fare senza sporcarsi. (Si può scegliere l’asse di sezione e spostarlo all’altezza che si vuole, poi si clicca “load”.)
Succede che il nostro catalogo diventa inutilizzabile. Non distingui più Brad Pitt dal signore sfigurato. Se ci togli la pelle, siamo tutti miserevolmente uguali, ammassi di carne rossa, ossa, muco e poltiglie molli, fasce, fili vari, roba viscida e lucida, informe, disordinata. La teoria mira a capire come siano non solo fastidiosi ma proprio stupidi il cosiddetto tirarsela, l’abbronzarsi per legge, i bonifici agli estetisti, gli specchi delle tue brame, i tacchi, le creme e la matita sugli occhi.
Ogni volta che si vede qualcuno che fa sfoggio di sè, e che ciò provoca in noi sdegno o fastidio o antipatia o anche invidia, quello che volete, basta pensare che sotto la pelle c’ha anche lui tutta quella roba brutta lì, tale e quale agli altri. Non è che c’è poi da tirarsela più di tanto.
Scuoiate, gente.

La sindrome da empatia per i bonsai

(Bisogna per forza essere fan della Tamaro per poter apprezzare qualcosa della Tamaro? Prima dell'articolone che mi accingo a linkare io non avevo mai letto niente della Tamaro, e magari non leggerò mai altro, chi lo sa. Ogni tanto bisogna, se non proprio sospendere il giudizio, anche andar fieri della propria ignoranza, e dei suoi eventuali germi di sapienza.) Il link è questo.
Non è questione di ambientalismo. Perchè dovrebbero abolire le parole che finiscono in -ismo, ché fanno paura, o almeno sospenderle per un po', come la patente: un secolo o due senza -ismi e poi vedi che si torna a usarle con senno. E' questione di ambiental senza -ismo, ecco. Magari, se volete, toglieteci -al e metteteci -e. Tutto qua. Poi leggete quell'articolo, collegate eventuali vostri puntini mentali e poi basta, gioco libero.
A volte penso semplicemente che sia tutta colpa dell'incipit di Storia di una gabbianella e del gatto che le insergnò a volare. Forse non avevo pianto – allora sì che ero una dura – ma il petrolio impiastricciato sulle ali me l'ero sentita addosso anch'io. E le parole erano già tutte lì, stampate, la mamma della gabbianella moriva, tu con i soli occhi non ci potevi fare niente. L'inizio di quel libro faceva soffrire più di un cerotto strappato tutto d'un colpo, e faceva innervosire coi grandi più di quando se ne stavano in cerchio e tu non riuscivi a entrare nei loro discorsi neanche saltando come una cavalletta. Non leggete quel libro, bambini, guardate i pokemon. O se proprio volete fare i farabutti, saltate l'inizio. E' per il vostro bene, non vorrete crescere incolleriti coi grandi e solidali con le formiche, vi prego. Viva il petrolio, bambini.
O forse è una vera e propria malattia, una sindrome empatica. Un panteismo degenerato.
Puoi sentir parlare della marea nera, puoi vedere le foto sul giornale, sì, e leggere le interviste agli esperti. Come puoi leggere Leopardi e l'islandese. Puoi. Ma puoi anche sognarla, la marea nera. Capita. Ed è indescrivibile. Sogni una colonna sonora solenne, di grida stridulmente solenni, e un enorme zampillo nero nel mare, un'emorragia nera che si allarga a ondate, e la tua nave-sottomarino, senza altri uomini precisati oltre a te, si tuffa più volte nella burrasca oleosa, in preda al panico, senza saper cosa fare, dove guardare, la nave, come toccasse a lei. E non può davvero fare niente. Puoi sognarci anche il dolore, nel sogno, il senso di colpa impregnante tutto il sogno, proprio come il petrolio, sì, e come il petrolio te lo levi di dosso a fatica.
Una malattia con sintomi specifici. Non puoi guardare il circo, o le vetrine di un negozio di animali, sono torture. Come gli ostacoli dei cavalli, i maneggi. O come i superstore del verde, i giardini incantati di stagnetti fasulli e nanetti felici. La natura snaturata degli acquari decorativi, i gorgoglii disperati di canarini ingabbiati. Pensi che i cani randagi dei barboni se la passino molto meglio dei segugi antidroga con medaglia al valore, o degli instancabili cani per ciechi. Cammini cercando di non pensare a tutte le formiche e gli insetti che stai uccidendo senza saperlo, come il gigante più arrogante, e chiedi loro scusa, promettendo che prima o poi troverai una soluzione.
Sei convinta che se è ipocrita chi ama gli animali e poi mangia la carne, forse è ancora più ipocrita chi non mangia la carne e si strafoga di alga Klamath. Forse che l'insalata non è una forma di vita? Che tutti quei semi di farro se non finivano nel tuo stomaco non davano tanti farrini? Sei convinta che anche tutti i vegetariani siano degli assassini, e che questa verità andrebbe divulgata di più tra le genti.
Si può provare pena per un bonsai? In genere i bonsai piacciono a tutti, ché son tanto carini. A me fanno pena. Con quel fazzoletto di terra, e le tecniche di tortura per generare forma e dimensioni a comando. Esattamente come i cavalli che passano la vita a portare cretini in groppa e fare gare di cui, ne sono sicura, non gliene frega niente. Bonsai e cavalli hanno entrambi un'insopportabile aria triste. E' ambientalismo questo? O è solo (com)passione per la vita? (Sottovoce, di sbieco, per una collineazione astrale che sarebbe difficile spiegare, avrei da addurre anche questo link, che qualcosa dice. E vale sempre quella cosa dell'ignoranza e del sospendere il giudizio, e della sola forza delle parole stampate.)
Forse è sensibilità esagerata, il meccanismo panteista che si è surriscaldato, di chi si crede padrone del mondo, sì, ma solo con il pensiero.

Religione

Della nube di cenere che sta bloccando mezzo mondo, non ho ancora sentito nessuno parlare male. Neanche Feltri e Belpietro – per dire – la prendono a parolacce. Ci sarà magari qualche manager nevrastenico che inveisce perché la sua agenda perde qualche colpo. Per il resto, la nube desta una specie di rassegnata simpatia, se non di esplicito apprezzamento. Il grosso brufolo di Gea che l'ha eruttata nei cieli ha solo fatto il suo antico mestiere, e un sacco di gente dice "non posso partire" allargando le braccia e sorridendo. Verrò domani. Dopodomani. Quando Gea vorrà. Rispetto ai numi quasi tutti improbabili – vendicativi, precettivi, prepotenti, esosi – che gli uomini si sono inventati, la Natura ha una sua oggettiva indiscutibilità: è quello che è e fa quello che sa fare. Quando si manifesta con tanta solennità, e mette in crisi il castello di artifizi dentro il quale cerchiamo di ingabbiarla, diventiamo religiosi nel senso migliore del termine. Ci inchiniamo a qualcosa che ci sovrasta tutti e ci tutti ci lega. I telegiornali mandano immagini di fuoco e nuvole, ghiacci vaporizzati, venti foschi e lingue arroventate. Sono magnifiche e – regalo impagabile – non sono oggetto di dichiarazioni del governo e dell'opposizione. Non richiedono opinioni, solo una pausa di silenziosa, rilassante impotenza.

(L'Amaca di ieri, Michele Serra, Repubblica, cioè la solita storia: andrebbe citata ogni giorno, perchè è raro non condividerla e non apprezzarla, e anche avere qualcosa da aggiungerci.)

Della sovversione

("Fottendosì da sè, fottendomi da me per quello che non c’è.")

A dire "slittino" uno in genere pensa a un bambino che ride scivolando sulla neve seduto su un seggiolino di legno. O in piano, trainato con una corda dallo zio. Ma comunque ride.
Al massimo alla Finlandia e alle renne, toh.
Non certo a quella saetta supertecnologica e superaerodinamica che sfreccia in un semitunnel supertecnologico e superparabolico che oggigiorno spacciano per sport.
(Esattamente come a dire "gara di macchine" non verrebbe mai da pensare a degli ammassi di metallo e ingegneria di una forma mai vista, extraterrestre, che tagliano ogni curva a trecento all’ora. E anche lì, tra l’altro, lo chiamano sport, boh.)
Potrà sembrare banale, ma viene ancora una volta da pensare ai limiti, agli estremi, al pericolo come sentinella di vita oppure no, bene male giusto lecito?, alla natura delle cose e alla sua pacifica sovversione.
Si potrebbe cominciare dalla neve finta, tanto per restare in argomento, oppure no.
L’uomo sa sovvertire tutto. Farciscono misture di coloranti industriali e sudore thailandese con fette di maiali schiavizzati e salse radioattive, e li chiamano panini.
Intessono trame di interessi e orditi di cazzate, restaurano ignoranti delle vecchie rovine di razzismo pitturandole di patriottismo, muovono i burattini e parlano a nastri registrati, e la spacciano per politica.
Gonfiano labbra con un semplice clic e dicono di aver fatto una fotografia. Avvelenano le rose di blu e pretendono di aver inventato un fiore; mettono i limiti di diametro alla pizza e vogliono rimanere simpatici e alla mano; non fanno altro che piangere e litigare e poi dicono che sono amici che stanno imparando a ballare e a diventare famosi. Vestono appariscente e stravagante e ballano bizzarri, fanno compagnia a qualche bambino, poi muoiono e vengono ricordati come più grandi musicisti del secolo.
Impongono forma e marca di cioccolatini, menu e programma della serata, mimetizzano i soldi con la parola magica "san" e credono di festeggiare l’amore.
Passano più tempo dall’estetista e dal manager che su uno strumento e la chiamano musica.
Un giorno sovvertiranno il mondo al completo, ci spingeranno dentro i due pollici e rivolteranno la palla proprio come un calzino, intrappolandoci nel nostro tanfo, e molti ancora non se ne accorgeranno.

Nonviolenza

Succedono le cose, nel mondo. Cose che fanno schifo, anche. Non intendo schifo-impressione ma schifo-rabbia. Se al mondo ci fosse un po' di coerenza, dato che a quanto pare siamo nell'era dell'occhio per occhio, adesso dovremmo sentire per esempio tutti quelli che invocano la castrazione per gli stupratori, o la pena di morte per gli assassini, ecco dovremmo sentirli invocare una forzata dieta di plastica per marinai vari. Per esempio.
Qualcuno ruba la scritta Arbeit macht frei da Auschwitz e, a parte il doverne capire il motivo (negare l'Olocausto? dimenticarlo? cancellare semplicemente tutte le tracce del vecchio mondo, senza per questo volerle negare, per cominciare a poter ragionare per bene su quello nuovo da costruire? rivenderla?), magari, chi lo sa, adesso vedremo esplodere la moda di mettersela in fac-simile sopra il cancellino di casa, si sa che le mode hanno tutto meno che una spiegazione razionale o un fine morale, al posto dei nanetti in giardino una bella scritta di benvenuto, come gli zerbini con scritto benvenuti! o buon natale!
Buon natale…
Inutile parlare del natale. Ridondante omaggiare le orde di babbi natale impiccati sulle ringhiere dei balconi: ché son tanto carini e poi è un'idea originale, non ce l'ha nessuno il babbo natale che si arrampica sul tubo di scolo dell'acqua piovana, compralo anche tu, dai! Snob far notare che l'ipocrita sfruttamento di minori che cantano è natale è natale si può dare di più fa lievemente innervorise. Moralista e noioso pensare ai watt sprecati per le luminarie.
Molto meglio non farci più caso e cercare in primo luogo di sopravvivere con nonviolenza.

PS. Aggiorno con una piccola rassegna stampa, tanto per far finta che questo post inutile sia un po' meno inutile. Sui capodogli c'è questo di Gramellini, e quest'altro del Corriere. Magris parla di Auschwitz prima e del Natale poi, sempre sul Corriere. E poi c'è qualcosa di Umberto Galimberti che col post non c'entra niente ma è notevole lo stesso. (A Platone, personalmente, ci sono sempre rimasta affezionata.) Come il suo intervento ad Annozero di giovedì, o dalla Dandini venerdì.