(Ieri sera mi è capitato di accendere la televisione e, quando stavo ormai giungendo alla conclusione che l’unico risultato tangibile del digitale terrestre è stato quello di posticipare di una trentina di canali rispetto al precedente La7 l’esclamazione “anche stasera non c’è su niente”, mi sono imbattuta su Rai Storia, in cui c’era un documentario su Falcone e Borsellino, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio.)
La sensazione è quella di impotenza.
A vedere tutti quegli occhiali grandi anni ’90 con le montature marroni, il modello di alfa romeo che aveva tuo zio quando ancora abitava nella casa vecchia, i baffi sporgenti da tutte le bocche, il tipo di caratteri della scritta RAI sullo schermo televisivo, le facce giovani dei politici che hai sempre conosciuto vecchi. Tutto questo ti sembra così lontano eppure così vicino che ti manda un po’ in cortocircuito. Sei dell’88: il ’92 dev’essere l’anno in cui ti gloriavi di aver imparato a fare il doppio nodo alle stringhe delle scarpe, mica robe da lattanti, cactus (dicevamo così, no?). Quando hai cominciato a scrivere la data sui quaderni era il 1994, insomma: gli anni ’90 ti erano sempre sembrati tuoi, sul serio. E poi invece ti imbatti in queste cose qua, e scopri di essere praticamente sullo stesso piano di uno nato, per dire, nel duemila: orrore. Di essere come impotente – scoprire adesso, a tradimento, che tra te e quello che vedevi c’era una lastra di vetro smerigliato. E dover ricominciare da capo, spostare tutto indietro al livello, per dire, dell’antichissima seconda guerra mondiale, e studiare la tua infanzia sui libri di storia. È un cortocircuito. Hai il diritto di votare, potresti letteralmente guidare ininterrottamente fino a Stoccolma, potresti prender marito, casa e accendere il famoso mutuo: eppure sei così piccolo.
Dove lo troviamo il diritto di chiamarci adulti?
Che tu c’eri, sì, come c’erano i tuoi genitori, i vicini di casa e i tuoi professori: ma loro hanno inevitabilmente un punto in più, loro allora leggevano già i giornali e guardavano i telegiornali, seguivano e commentavano; e pur con tutto l’impegno e addirittura il futuro dalla tua parte, qui tu perdi. Sarà banale, lo so, è la legge del tempo: tra l’altro invece poi tu vinci, con quelli nati nel duemila, sulle Torri gemelle, ad esempio, mica poco. È banale e inevitabile (ma d’altronde chi l’ha detto che a blog si fan rivoluzioni, si possa far poesia?), però eppure è una sensazione che ti lavi via difficilmente.
Poi c’è quell’altra, di impotenza, certamente, quella di un magistrato che fa il suo lavoro e che continua a farlo pur sapendo di essere condannato, quella di uno Stato poco forte che da sempre non riesce a vincere perché, evidentemente, la mafia da sempre riesce a tenere a bada le scrivanie giuste, è logica elementare; quella di un telespettatore che vede le immagini dei rottami della macchina di quel magistrato e, letteralmente – beffardamente – non può fare niente. Ma questa è un’altra storia.
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Come Super Mario
Il voler tentare di descrivere, o azzardare un voler capire, la situazione, è difficile. E’ facile invece, come sempre, dire che è difficile. Siamo lì, come faceva Super Mario dentro il nostro Gameboy, a osservare un passaggio intricato e pensare come superarlo, e provare e morire e riprovare, ricominciando ogni volta dal primo livello. Siamo spettatori profani di una partita di rugby e crediamo semplicemente che tutti si picchino, mentre invece rispettano e anche bene molte regole a noi invisibili, e sono anzi additati come gentiluomini dello sport. Ci agitiamo sulla sedia quando non troviamo nelle nostre lunghe raccolte multimediali la musica giusta, i brividi ci contorcono, vibriamo come una stella. Per mere questioni anagrafiche (casuali o celesti a seconda della visione) non abbiamo modo di ricordare il prima, di immaginare che potesse essere in un qualsiasi modo diverso. Per noi la politica coincide con un uomo, col suo metodo e i suoi capelli, il suo nome è stato uno dei primi ad esserci familiare dopo quello di Mila Azuki, è tragico ma è così, non ne abbiamo colpa. Ci hanno raccontato di guerre in casa nostra e dai vicini, di muri che vengono su e poi vengono buttati giù, di televisioni con un canale soltanto, che dopo una certa ora non trasmettevano più, di ragazze che non potevano portare i pantaloni, di quelli che per diritto volevano dare diciotto a tutti, di un partito grande e solido al comando per una cinquantina d’anni, di associazioni segrete e buste nelle tasche interne delle giacche. E noi ci crediamo, non abbiamo scelta, ci fidiamo. Ma capire, quello è un altro discorso. Capiamo il sale su Cartagine, capiamo la storia di Arianna che lascia il filo nel labirinto, capiamo Marco Polo e le brioches da mangiare quando finisce il pane. Ma nell’intensa volata finale vedere a colori tutto quello che ci hanno detto in bianco e nero ci sembra quasi impossibile.
Allora ci stiamo inventando il nostro modo. Usiamo tutto come blanda premessa, come assioma tutto sommato poco importante, lo issiamo su una bandiera retorica e andiamo avanti alla cieca, ora esaltando ora rinnegando un passato di costumi che non ci apparterrà mai del tutto.
Eppure è sempre andata così, nessuna generazione ha mai colpa per quelle precedenti e cerca di impararne e cambiarne allo stesso tempo, e siamo arrivati fin qua tutto sommato facendo molti progressi – ora risparmiamo il sale, per esempio.
Viva le ulcere
novembre è un mese che è facile dire che fa schifo e piove sempre e sopra i campi la mattina c’è la nebbia, ma è difficile contestare credibilmente che non fa schifo perché fa schifo davvero, e possibile che nel duemilaedieci non abbiano ancora trovato il modo di non far formare le pozzanghere, e che sui marciapiedi si combatta a stoccate di odio e ombrelli e i tram accanto sferragliano e ti han detto che è il loro modo di ridere, e i suv derapando in curva ti pennellano addosso la pozzanghera delle marianne perché è bello cominciare la giornata come la scena più mediocre di un film mediocre, perché a novembre ogni luogo comune vale, perché novembre non ha senso, o ne ha fin troppo.
(oppure sei lieto e al novembre non ci badi)
la sera fuori c’è buio e la sera comincia alle quattroemmezza, nei finestrini dei treni ci vedi riflessi i passeggeri dell’altro lato del corridoio e nel nero dietro scorre una centrale elettrica illuminata, e tenta pure di riflettersi nel fiume, e c’è da avere orecchi esterni medi e interni per intendere, c’è.
ed è una cosa vigliacchissima usare tutte queste coordinate, lo so.
ma di vigliaccheria qua si tengono lezioni, lezioni di mimica facciale, lezioni di logorrea, di esperti di moda che si grattano la gola ed è giusto oppure no capirne il senso etico?, di rospi e musica da ingoiare a stomaco vuoto, e viva le ulcere, e soprattutto viva le citazioni.
voglia di disinfestare i cervelli dalla plastica che li infesta, fonderli insieme e costruirci qualcosa di nuovo, esporli in un museo.
voglia di bruciare la paglia sotto alle galline che stanno facendo le uova, voglia di non disturbare, voglia di avere senso.
My generation (la regola di Capitan Findus)
Ci lamentiamo annoiati se i vecchietti dicono che ai loro tempi certe cose non succedevano, ai loro tempi loro sì che faticavano, e una volta le cose funzionavano e c’erano ancora i valori eccetera; e subito dopo arringhiamo contro i bambini di oggi che sono viziati e iperprotetti e vanno sulla bici col casco e sono lobotomizzati dalla televisione e dai genitori che ce li lasciano davanti per ore, a guardare il grande fratello e i film con le pistole.
Abbiamo più o meno vent’anni e ci sentiamo giovani e vecchi assieme.
Ci giriamo per e-mail o per facebook robe tipo questa, per ricordare i bei tempi andati e per convincere e convircerci che eravamo meglio noi, e che lo siamo ancora, quindi.
Perchè il nostro Capitan Findus era un vecchietto saggio e coraggioso, era il nostro quinto nonno, e non quella specie di sex-symbol che l’ha rimpiazzato, che poi le ragazzine crescono troppo presto. E pensiamo che Capitan Findus sia un’argomentazione ragionevole per spiegare una volta per tutte la causa di questa deriva del mondo. La regola di Capitan Findus.
Io dico che – noi cresciuti negli anni novanta - abbiamo vent’anni, venticinque. Non siamo teen ma non siamo neanche vecchi. Neanche adulti se è per questo, ne sono più o meno convinta.
Non giocavamo con le Winx e coi Pokemon, è vero, i nostri amici li chiamavamo col telefono fisso con il filo, ascoltavamo Cristina D’Avena e non i Dari, le ricerce le facevamo in biblioteca e non su wikipedia. Tutto vero. E possiamo anche menarcela con le care vecchie lire, se vogliamo, ché noi le abbiamo viste, conosciute, le abbiamo maneggiate. (Fa niente se le usavamo per pagarci il chupa-chups: le abbiamo maneggiate, sì.)
Ma su, non bariamo.
Sarà che l’infanzia, specie se vissuta bene come c’è da augurare a tutti, è una cosa così cara che fa sempre piacere riviverla, anche se solo con un filmato di youtube, e si è un po’ troppo commossi e un po’ poco lucidi a riguardo. Ma vogliamo davverlo vederla tutta questa differenza tra le Barbie e le Winx? Anche noi eravamo lobotomizzati dalla nostra televisione, tornavamo a casa da scuola per fiondarci su italia1 alle 16.00, vogliamo nasconderlo? Forse giocavamo in strada più di quanto lo facciano i bambini di adesso, ma non diciamoci che eravamo immacolati.
Il punto è che siamo una specie di generazione limite, nei nostri primi dodici-tredici anni abbiamo visto le lire ma anche i primi computer, Gino Bramieri ma anche SuperMario. Per i vecchietti siamo tali e quali ai bambini di oggi, quelli che a noi sembrano così diversi, così deviati. E tutte, forse, sono generazioni limite, senza confini netti, trincee dietro cui ripararsi e attaccare. Si chiamano "generazioni" apposta, perchè robe come 1492 e 1789 non hanno senso. Perchè il mondo continua ad evolversi, senza confini netti. Quindi, dai, non bariamo, non facciamo gli omoni.
Bisognerebe recuperare da qualche parte quello spettacolo di Marco Paolini andato in onda su La7 a Capodanno, quest’anno. Si intitola "La macchina del capo". Racconta dell’infanzia, la racconta come Marco Paolini sa fare e già questo merita, che finisce che hai le lacrime dal ridere e il cuore caldo. Ma serve perchè ti accorgi che hai trent’anni meno di Marco Paolini ma la sua infanzia è praticamente identica alla tua. Solo qualche marchio commerciale in meno, forse, ma è solo quello: cambiano i nomi. (Bambole, Barbie, Winx, per esempio.) I giochi, i modi di dire, i comportamenti, i ragionamenti sono molto più simili di quanto sia noi che i vecchietti immaginiamo. I bambini sono uguali dappertutto, nei meridiani e nei secoli.
Per cui non facciamo gli eroi, non facciamo i bambini, e piantiamola con certi melodrammi fasulli.
il catabolico litigare
Tanti litigi, in giro. Seri, meno seri, sensati, meno sensati, autentici, strumentali, comunque tanti.
Non so, gli arbitri che sbagliano, per esempio. O gli islamici che per pregare usano la piazza più grande di una città, toh guarda, per esempio. Due esempi disparati.
Sugli arbitri che sbagliano non so cosa dire. Non importa da che parte si sta, perchè sia perdere che vincere per degli errori non è comunque soddisfacente, non è bello. Almeno per me. Poi io non sono dell’ambiente, sono anche piuttosto ingenua di mio, e non conosco le proporzioni di buona fede, influenza più o meno diretta e volontà della cosa. Moggi-il-coglione e tutti gli altri non ci sono più e si spera la situazione sia un po’ più linda di qualche anno fa, però non si sa mai per certo. Ma so anche che non è del tutto leale che riguardando fotogramma per fotogramma la partita e scoprendo così il misfatto poi si possa insultare quello che ha sbagliato sì, ma l’ha fatto avendo qualche secondo di tempo per decidere. Diamo la moviola anche a lui, diamogli il permesso ufficiale di ruotare la colonna cervicale e guardare i dannati maxischermi, poi se sbaglia ancora, allora sarà un cretino. Non so. Ma poi, anche: perchè il calcio è vissuto così solennemente? Perchè è così importante nella vita della gente normale? Perchè la gente perde tempo a insultare i tifosi avversari (come se la colpa fosse loro, poi), a inventare slogan, a sviluppare odio da sfogare quando si intravvede il nemico? (O a perdere i giorni e le notti per manifestare sotto la casa del giocatore che forse se ne va. Cioè: inconcepibile.) Santiddio, state calmi. Non abbonatevi più a sky, per esempio, così girano meno soldi e quindi meno interessi e quindi meno attenzioni e quindi meno tutto. Ma non venite a rompere i coglioni a chi vuole stare tranquillo, svagarsi quando vuole ma senza invasarsi, senza crearsi altri problemi, se no che svago è? (Che poi se è vero che quel giocatore andrà a madrid più in là, mamma quanto rido. Cioè, ma c’è davvero ancora chi crede che in serie A uno tenga alla propria maglia e ai propri tifosi come giocasse all’oratorio? Perfino un’ingenua come me ha smesso di crederci, più o meno da quando l’idolo Baggio è andato via dalla juve, fai te.)
E poi, disparatamente, secondo esempio. Solo io non mi sono sentita offesa quando dei musulmani hanno pregato in piazza Duomo? Io credo che siano tutti, tanti, equivoci, tante questioni mischiate insieme, giusto per strumentalizzare un po’, eh Borghy?, che serve sempre. Una cosa sono le bandiere bruciate. Gesto pessimo, certo, ma che fa parte del merito della protesta. Una cosa è la preghiera musulmana davanti a una chiesa cattolica, che è la forma. A parte che la piazza non appartiene alla Chiesa. E’ così scandaloso che siccome erano in tanti non si sono messi in un vicolo o sui gradini della metro ma in una piazza? E’ così scandaloso nominare il nome di un altro dio davanti a una chiesa cattolica? Siamo arrivati a questo punto anche noi cristiani? Cioè, non hanno assediato il duomo, non l’hanno invaso a sprangate, non ci hanno tirato bombe. (Tanto più che, a voler fare dell’ironia, gli si continua a negare di costruire la moschea nella seconda città pià grande d’italia, e poi ci si incazza se pregano in piazza. Ma c’è proprio che la gente non ragiona.) Io non lo so. La "mancanza di sensibilità" in piazza duomo io, fossi un vescovo, la vedrei di più in tutti quegli altari allo sfrenato consumismo che circondano la piazza, nei soldi ciechi che abitano in galleria lì a fianco, nelle ragazzine col culo di fuori che strillano per trl, per esempio. Non nelle persone che pregano. E poi, quelli che dicono "ma se l’avessimo fatto noi? se dei cristiano si fossero messi a pregare davanti a una moschea? la guerra santa, ci avrebbero fatto". Forse è vero, ma non è un buon motivo per proibire il contrario. E’ un motivo per dare l’esempio, per non alimentare il fuoco, che poi è quello che tutti dicono di volere e che poi nessuno fa.
Forse si è più vivi a litigare che a stare tranquilli? Ad aggredire per distruggere che a conservare per -magari- migliorare? Mi viene il dubbio.
il fenomeno della bellezza dominante
Riguardo la bellezza si potrebbero intessere chissà quante riflessioni. E anche sulla bruttezza, ovvio. A partire dalle basi: che cos’è? Perchè tutti conosciamo e vediamo e sentiamo la bellezza, ma poi dire davvero che cos’è viene più difficile. Cioè: de-finire. Fissare i limiti. Un tavolo è un asse di legno appoggiato su quattro gambe. E se le gambe sono tre? E se è di metallo, o di vetro? Ok. Un asse di legno appoggiato su quattro gambe è un tavolo. Ma al contrario non viene sempre. Allora riproviamo: un tavolo è un piano appoggiato su almeno una gamba. E’ un po’ meno attaccabile. E se la gamba è alta solo tre centimetri? E’ un tavolo lo stesso? No? E allora a che altezza si passa da non-tavolo a tavolo? E’ lecito pensarla così? (Era successo qualcosa di simile in una di quelle strampalate ore di italiano che un po’ mi mancano.) Un po’ come definire l’arte, o la letteratura. E’ davvero possibile mettere in fila le quattro o cinque righe giuste che assorbano tutti i concetti in uno e nello stesso tempo evitino di diventare semplici aforismi da citare solo quando serve illuminare artificialmente una situazione grigiastra?
Ma in realtà il proposito era di parlare di tutt’altro. E cioè del Fenomeno della Bellezza Dominante. Sottotitolo: la bellezza applicata agli umani.
Non so se sia sempre stato così, già faccio fatica pensare decentemente al mondo che vedo e vivo (quello che è tutto intorno a te), figuriamoci dedicarsi alla cieca alle cose del tempo che fu. Io parlo di adesso, io parlo per me. Parlo di quei ragionamenti che sono più diffusi di quel che si crede (o almeno di quello che credo io), di quelle dottrine non scritte che tengono in piedi molte cose di questo mondo. Che si sa tutti che infatti traballa. Basta accendere la televisione e si nota subito tutto, senza troppa teoria. Ma ciò che interessa è appunto la teoria.
Le regole sono: se puoi selezionare, seleziona il bello. Se vuoi guardare, guarda il bello. Se vuoi giudicare, il primo criterio è la bellezza. E molti le rispettano ciecamente, convinti molto più che del limite a 130. Come se davvero la cosa più importante fossero gli zigomi. Come se davvero ci fossero le caste, e non ci si può mischiare con gente di basso rango, nè aspirare al principe se si è pezzenti. C’è molta gente che crede funzioni davvero così, e va avanti tranquilla sparlando dei fianchi grossi di quella ragazza là che insomma ma si può? e come farà a stare insieme a quel figo là, non lo so, che oltretutto è anche un pezzo più alto, e non sta bene, boh.
La domanda che a volte mi pongo è se la televisione malata che c’è è causa oppure conseguenza della società malata. In realtà dev’essere un circolo vizioso, però non so, io sarei più propensa a dire causa. Se cresci vedendo in ogni programma una o più pulchrae fanciulle in costume, nonostante il quiz o il gioco di per sè non prevederebbe il ruolo "gnocca imbecille che sorride", poi ti ci abitui. Ti abitui ad accendere la tv e vedere dappertutto gente fotogenica, coi lineamenti chiari e simmetrici. Pure i concorrenti dei quiz, dico, che in teoria è gente comune, eppure li scelgono anche in base a quello. Questo è malato, per me. Gente brutta, in tv, non si vede. Brutta che dà nell’occhio, dico, non nonbella. (Che brutto non è esattamente il contrario di bello, secondo me.) Semplicemente, la tolgono. E sparisce. Per cui i ragazzini, quando smettono di vedere i cartoni e si danno a -non dico uomini e donne, percarità, troppo facile- un qualsiasi telefilm, soap, varietà, quando cioè credono di smetterla con le bambinate e cominciare a guardare il mondo dei grandi, lì cominciano a deviarsi, e quindi a deviare il mondo. Ovviamente basterebbe che ci fosse lì qualcuno a crescerli tenendogli aperti gli occhi. Ma mi sa che ce n’è pochi, capaci e vogliosi. Non ho dati o numeri, eh, solo sensazioni, infatti non scrivo su un giornale ma su un blog. Comunque, solo per capire quanto è potente la televisione, in ogni ambito, (anche adesso nell’era di internet e bla bla bla), c’è quest’amaca di Michele Serra, che poi si riferisce a questo articolo.
Poi, la riflessione personale, al di là dei giudizi sulla moralità nel credere il criterio fighitudine come principio fondante delle proprie relazioni sociali, tralasciando di pensare che poi in fondo la pelle farà le rughe, prima o poi, è: con tutta questa bellezza in giro, rivalutiamo la bruttezza. Che è più originale. Se tutti son belli, poi questa perde di significato. Se cammini per strada e dici ah però quello là che bel faccino, vale per quel momento. Volti l’angolo e già non ci pensi, perchè ormai l’essere bello non è più un punto a favore, è troppo comune, è troppo facile. Ci sono troppe pubblicità di moda, è facile seguirla. Intendo: queste cose sono implicite, spontanee, eh. Non è che ci si dà le regole opposte per fare i diversi, e in realtà essere uguali. No, viene spontaneo togliere quel punto a favore, senza pensarci. Perchè si è stanchi di vedere tutti fare di tutto per essere tutti belli e tutti uguali.
Io dico che la bellezza, se è troppa e se è tutta uguale, diventa brutta.
buon umore day
No, così, volevo scrivere un po’ della quotidianità. ("No, così" è un inizio folgorante, direi, e bestiale e ignobile per qualunque testo che si rispetti. Poi non è detto che questo si debba rispettare. Ma l’inizio non è prorpio il mio forte. Nei temi ci mettevo la prima ora solo per trovare un inizio meno orribile degli altri. Anche per questo ho scartato dapprincipio l’ipotesi giornalismo-scrittura. Lasciamo fare a chi è capace, che di incapaci ce ne sono già troppi, in giro.)
In realtà della quotidianità volevo solo evidenziare la profondità.
Essere a casa il lunedì, non per broncopolmoniti o sinusiti, non per affari improcrastinabili, non per cazzosità e non per scioperi, essere a casa perchè l’orario settimanale dice che il lunedì non c’è lezione regolare, è bellino. Ci sono solo quei corsi elettivi che dicevo nell’ultimo post, utili più per cultura personale che per la benedetta laurea, che ti vendono qualche cfu al prezzo del solo tempo-denaro, che però quando è finito il corso che hai scelto non ci vai più, e il lunedì è libero. E col lunedì libero si assaggia la quotidianità. Perchè il lunedì è giorno come tutti gli altri, quando la gente lavora e va a scuola e va all’università e alle 5 e mezza per la strada c’è la coda degli operai liberati dalle gabbie e degli uomini d’ufficio che scappano dalla city. (Parentesi. Non c’entra col lunedì, in realtà, ma volevo segnalare blob di ieri che era domenica: la ministra delle pari opportunità che, nella sua vita precedente, sfoggiava tutte le sue opportunità faceva piuttosto ridacchiare sopra i baffi.) Il lunedì libero è bello anche perchè così la domenica diventa sabato, se vi ricordate Giacomino il Grande. E proprio oggi ho scovato nell’ampia biblioteca di famiglia (che fa molto villa ottocentesca, ma in realtà siamo in una modesta casupola fine anni ’60) i canti e le operette morali di leopardi. E ho capito quale sia il vantaggio di avere una mamma ex professoressa di lettere. Che quando c’era qualche piccola diatriba dava sempre ragione ai professori e non c’era verso di indirizzarla alle nuove frontiere della genitorialità moderna, però poi c’ha queste cose qua che sbucano così come il prezzemolo. E a proposito di prezzemolo, il lunedì libero dà modo anche di passeggiare per il parco della villa e constatare il promettente numero di prugne e albicocche sui nostri alberelli, e mangiare qualche lampone maturo, e annusare basilico e prezzemolo che si era seminati qualche tempo fa.
La mattina ci si alza leggeri, vale a dire quando il sonno finisce, e si fa tutto con calma. Sarà banale, ma io dico che è leggero. Le casalinghe espongono i cuscini alle finestre, come una mostra d’arte contemporanea, suonano un po’ di percussioni (ah, il melodioso battipanni) e si salutano da balcone a balcone. Vanno a fare la loro spesina, il loro giornalino, la loro chiaccheratina, qualcuna la loro brioschina con cappuccino.
Tua mamma di pomeriggio prende ferro da stiro e asse da stiro e camicie da stirare e mentre stira si mette a guardare il giro d’italia, e la senti inveire contro i commentatori che "i segheta a parlà di sò laur, e sa capès nigòt, e me cherrabbia" (continuano a parlare delle loro cose e non si capisce niente, che rabbia) "e poi tifano tutti per quelli là famosi mentre quello là che è più bravo mi sa che gli sta antipatico perchè non lo nominano mai e allora io tifo per quello" e poi alla fine quello arriva secondo mentre gli altri sono più indietro. Una mamma così è divertente. (Come quando insulta in ogni modo i calciatori, con cui ce l’ha a morte, perchè "guarda quello lì, ha sbagliato il tiro, ma, dico io, è il suo lavoro! O no? Lo pagano milioni per tirare calci ad un pallone e poi è capace di sbagliare??". Fantastica.)
E poi, giusto per screditare l’insolente luogo comune donne-motori, vorrei annunciare solennemente che oggi ho cambiato alla 206 la lampadina dell’anabbagliante che era rotta. Io, donna, ho aperto il cofano e cambiato una lampadina. Cioè. (Ma in fondo io sono da sempre e per sempre maschiaccio inside.)
Riguardo a tutta questa banalità-leggerezza ci sono in genere due teorie: è palloso e anonimo, è semplice e stimolante. Non è tanto questione di fare carriera contro fare la casalinga, secondo me. E’ questione di approccio alla vita. Per questo non mi sembra c’entri la banalità. Più che altro c’entra la profondità. C’entra che una sposina moderna magari c’ha il suo posticino in banca con la sedia sexy con le rotelle, però poi quando arriva a casa sembra che cucini per macdonalds, per dire. E preferisce guardare i cesaroni (sempre per dire) che sedersi sul balcone col suo uomo e pensare al suo approccio alla vita. E la sua casa sarà arredata modernissima col televisore piatto e la cucina lucida e il letto rosso con le tende rosse, però per fare la vasca a idromassaggio non ha avuto più spazio di fare un ripostiglio e al bambino gli racconta la storia del ragazzo che ha vinto amici e adesso è diventato un bravissimo ballerino e non di peter pan. O di pinocchio. (Per dire.)
Uno può anche diventare il più importante manager, il più interessante intellettuale o il più bravo idraulico. Ma poi se torna a casa e la usa solo per dormire e guardare le partite, a me non mi affascina mica.
Il fascino mi prende quando uno dimostra di non staccare mai l’attenzione, di apprezzare tutte le sfaccettature della luce e di non fare classifiche di importanza. Si dice "vivere appieno" o una roba così, mi pare. Prendi un bambino: gli dai un coperchio di un barattolo e ti tira fuori una storia di pirati e avventure e passano due ore solo sul barattolo. Poi lo porti al museo delle navi, per esempio, e anche lì altre due ore. Poi due ore a fargli vedere il libro delle formiche. E’ tutto importante uguale, perchè è. Questo sa di profondità, per me.
(Poi fa niente se il filo del discorso non è rigorosamente logico, eh, dai, non siate pignoli.)
della fine di una strada che mi ha preso
… Questo quadro sconfortante non vale solo per i giovani artisti, ma comprende anche l’adolescenza diciamo così borghese. Come i giovani artisti ribollono sotto lo strato di ghiaccio della cultura conformista, così i giovani borghesi, in superficie apatici e indifferenti, sotto lo strato di ghiaccio del conformismo morale ribollono in segreto di passioni spesso morbose, che inducono per esempio ragazzi tredicenni al suicidio per una bocciatura o a scappare di casa per una sgridata.
Sono per lo più ragazzi maturati troppo in fretta da un’esistenza sempre più promiscua alla vita degli adulti, partecipi attraverso la televisione e i giornali illustrati degli stessi mezzi d’informazione, superficiali e grossolani, di cui si servono gli adulti medi. In questo stato di parità non credono più alle giustificazioni per spiegare un mondo sempre meno legato alle leggi tradizionali e si cercano da sè, attraverso esperienze personali, una realtà autonoma e svincolata da convenzioni morali che ai loro occhi mascherano solo pregiudizi e luoghi comuni. …
Le ha scritte Fernanda Pivano nella prefazione a "Sulla strada".
Ma voglio dire: le ha scritte nel ’58. Cioè: Millenovecentocinquantotto. Voglio dire. Quasi non si direbbe. (Se non fosse che per "giovani artisti" oggi uno potrebbe malauguratamente intendere gli amici di maria o di moccia o degli amici di moccia.)
Il luogo comune più comune di oggi è che, udite udite, i giovani d’oggi sono immaturi. Stupidi. Conformati. Eccetera.
Chi non c’è mai cascato? Chi non ha mai detto qualcosa del genere?
E invece questa mi viene a dire che sono addirittura maturati troppo in fretta. Come si dice, in genere, dei bambini soldato in africa o degli scugnizzi a napoli.
Ma forse ha davvero ragione (ancora adesso) e i luoghi comuni, come sempre, sono degenerazione. Penso ai quattordicenni che si insultano con parole grasse come comunista o fascista, penso alle scritte sugli zaini che appaiono patetiche e conformate ma che per chi le scrive hanno un significato su cui contare, penso che queste cose, in fondo, più che di superficialità peccano di presunzione, data dal dover essere.
(D’altronde nemmeno i cartoni animati sono più un segno di distinzione: li guardano pure gli adulti, e ridono pure gli audlti. bah.)
Sono cose su cui si può benissimo riflettere, perchè sono sempre qui davanti, per la strada.
Sulla strada.
"Sulla strada" l’ho finito e ringrazio chi mi ha consigliato Fernanda Pivano, perchè altrimenti con i miei pensieri non so se ci pensavo così bene, a questo libro.
Adesso mi avventurerò in un Dr. Jekyll e Mr.Hyde in lingua originale, perchè è dall’orale della maturità che non parlo e leggo e scrivo l’inglese e l’anno prossimo ho il corso di inglese scientifico (sottotitolo: ??) e credo che sarebbe bello ricordarsi anche l’inglese normale.
arte contemporanea
C'è una cosa che sto cominciando a sopportare tanto quanto le kappa e le cose rosa.
SoNo Le CoSe ScRiTTe CoSì.
Mi chiedo soltanto uno sconcertato e disperato "Perchè?" con l'acca. Perchè, cazzo, perchè? Lo trovano forse più bello?! A me fanno solo venire il mal d'auto.
Apri Messenger e ti trovo davanti delle robe del genere:
_°oOo°SoStAnZa DeI SoGnI mIeI°oOo°_
Io dico cazzo. Avete vent'anni. (Sì, alcuni hanno vent'anni.) Basta, non se ne può più, davvero. Ma lo dico anche ai tredicenni, fate questa benedetta bella figura, fate in modo che per una volta nessuno possa dire "questi giovani d'oggi, stupidi e immaturi". Mettetevi in mostra, ma bene.
(Ma io dico: possibile che non si possa concepire un valore chiamato Originalità?)
E di Messenger, ommioddio, non parliamo delle immagini personali. Fotomodelli e Fotoputtane.
Questo post comunque, per coerenza, necessita di un'amara confessione. E cioè che anch'io ho usato le kappa. Era quel periodo a cavallo tra la terza media e la prima superiore in cui ci si sentiva finalmente grandi, mi era appena stato comprato il cellulare e io tendevo a comportarmi come chi mi stava in parte. Ho preso 5 in un tema perchè nella brutta avevo usato abbreviazioni e poi è cominciata la risalita verso il senno. Errori di gioventù. Spero possiate perdonarmi.
L'altro giorno (con le kappa non c'entra ma con l'italiano sì) su Repubblica c'era un articolo fantastico sul punto e virgola. Di quelli che a scuola il prof d'italiano ci avrebbe fatto leggere e come unico commento avrebbe detto "Questo è un articolo di giornale, non i temi che fate voi. Imparate." Quelli che rendono grazie all'euro speso per il giornale. Si parte dalla considerazione che il punto e virgola è sempre meno usato e sempre più considerato inutile: "Oggi il punto e virgola è usato per lo più per comporre l'emoticon che ammicca." Io stessa alle elementari, mi ricordo, avevo fatto fatica a capire quando bisognava usarlo e per non sbagliare sono andata avanti qualche anno senza punto e virgola. Però crescendo (leggendo) si impara.
(L'articolo non lo trovo su internet quindi niente link.)
le etichette
Pensavo che quando dai un esame e esci dalla stanza col tuo voto sul libretto e tutta la cosidetta coscienza incastrata al suo posto e tutto quello che ti rimane da fare per quella mattina è camminare e aspettare il treno, è una sensazione piuttosto piacevole. In pace con il mondo è un’espressione un po’ esagerata, forse, ma comunque è qualcosa di simile. Arrivi in stazione con quaranta minuti di anticipo sul treno, trovi posto sulla panchina e guardi in giro. La categoria dominante sono gli studenti, siamo a Lambrate, del resto. Studenti universitari ognuno con il suo viaggio ognuno diverso, verrebbe da dire. Poi arriva una comitiva di studenti delle superiori, sbuca fuori dai gradini e comincia a inquinare acusticamente la stazione.
Eccole lì, le etichette.
Ricordo che quando mi apprestavo, un po’ emozionata un po’ incazzata un po’ curiosa un po’ no, a entrare nel famoso mondo degli adolescenti (questi sconosciuti), io mi chiedevo cosa ci sarà mai da parlarne tanto, di questi anni che tutti devono passare. Sembrava dovesse capitare l’eclissi del secolo, che tutti il giorno prima sono lì a disquisire su orbite solari lunari e astronomia, a spiegare all’amico ignorante come avviene un’eclissi, con l’aria di chi, laureato in Scienze naturali, ci ha lavorato per anni, su ‘ste cose. Tutti ci spiegavano che era un mondo difficile, e i ragazzi sanno essere tanto amici quanto bastardi, e l’importanza del gruppo, e devi essere accettato, e ci sono le regole. Più o meno questi adolescenti erano trattati come le gazzelle in un documentario sulle gazzelle.
Adesso che finalmente sto uscendo ufficialmente dal documentario viene da ripensarci. E avendo davanti un campione di oggetto di studio, ci si ripensa. La cosa più brutta dell’adolescenza (ce ne sono parecchie, eh, però dico quella di più) è la prevedibilità. Se senti parlare un gruppo di quindicenni che non conosci, puoi tranquillamente sapere quello che diranno prima che lo dicono, puoi anticipare le battutte, gli insulti amichevoli che si danno. Se poi guardi come sono vestiti, le spille e le frasi che hanno sullo zaino, la cosa riesce ancora meglio.
Si spiega un po’ com’è che io preferisco le eccezioni, o anche chi ha un numero più basso nella data di nascita.
