Forse

Forse questo blog è giunto al termine delle sue possibilità. La sua vita, anche, per forza: è artificiale. Forse no. Forse c’è solo bisogno di cambiare aria, o grafica, o di lasciarlo riposare per un po’. In letargo. È bellissimo, il letargo, dopo che hai visto Bambi. Forse no. Forse, ad aspettare che le idee diventino chiare, non si schiariscono mai. Più si tenta di separare, di dire adesso faccio una cosa seria, o adesso faccio solo cazhttp://espertoseo.it/blog/esperto-seo-it-il-ritorno/93800zate, adesso sto al passo con la cronaca, o adesso sto un po’ strampalata, più si vuole razionalizzare più la mente si mischia, per dispetto. Forse la vita è tutto un dispetto. Dovrebbero scriverlo nei cioccolatini, ci starebbe bene. Forse, a continuare a prendere in giro i cioccolatini, finisce che diventi un ottimo autore di frasi per cioccolatini. Forse non bisognerebbe mai prendere in giro niente, per sicurezza.

Comunque qua, in teoria, si va in letargo. Poi, in teoria, se ne esce.
Intanto la chiusa mi viene così, non originale ma sempre efficace.

Qui non c’è più calma, settembre ci porterà via con sé.

(Verdena, 40 secondi di niente)

Impotenza (What’s my age again?)

(Ieri sera mi è capitato di accendere la televisione e, quando stavo ormai giungendo alla conclusione che l’unico risultato tangibile del digitale terrestre è stato quello di posticipare di una trentina di canali rispetto al precedente La7 l’esclamazione “anche stasera non c’è su niente”, mi sono imbattuta su Rai Storia, in cui c’era un documentario su Falcone e Borsellino, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio.)
 
La sensazione è quella di impotenza.
A vedere tutti quegli occhiali grandi anni ’90 con le montature marroni, il modello di alfa romeo che aveva tuo zio quando ancora abitava nella casa vecchia, i baffi sporgenti da tutte le bocche, il tipo di caratteri della scritta RAI sullo schermo televisivo, le facce giovani dei politici che hai sempre conosciuto vecchi. Tutto questo ti sembra così lontano eppure così vicino che ti manda un po’ in cortocircuito. Sei dell’88: il ’92 dev’essere l’anno in cui ti gloriavi di aver imparato a fare il doppio nodo alle stringhe delle scarpe, mica robe da lattanti, cactus (dicevamo così, no?). Quando hai cominciato a scrivere la data sui quaderni era il 1994, insomma: gli anni ’90 ti erano sempre sembrati tuoi, sul serio. E poi invece ti imbatti in queste cose qua, e scopri di essere praticamente sullo stesso piano di uno nato, per dire, nel duemila: orrore. Di essere come impotente – scoprire adesso, a tradimento, che tra te e quello che vedevi c’era una lastra di vetro smerigliato. E dover ricominciare da capo, spostare tutto indietro al livello, per dire, dell’antichissima seconda guerra mondiale, e studiare la tua infanzia sui libri di storia. È un cortocircuito. Hai il diritto di votare, potresti letteralmente guidare ininterrottamente fino a Stoccolma, potresti prender marito, casa e accendere il famoso mutuo: eppure sei così piccolo.
Dove lo troviamo il diritto di chiamarci adulti?
Che tu c’eri, sì, come c’erano i tuoi genitori, i vicini di casa e i tuoi professori: ma loro hanno inevitabilmente un punto in più, loro allora leggevano già i giornali e guardavano i telegiornali, seguivano e commentavano; e pur con tutto l’impegno e addirittura il futuro dalla tua parte, qui tu perdi. Sarà banale, lo so, è la legge del tempo: tra l’altro invece poi tu vinci, con quelli nati nel duemila, sulle Torri gemelle, ad esempio, mica poco. È banale e inevitabile (ma d’altronde chi l’ha detto che a blog si fan rivoluzioni, si possa far poesia?), però eppure è una sensazione che ti lavi via difficilmente.
 
Poi c’è quell’altra, di impotenza, certamente, quella di un magistrato che fa il suo lavoro e che continua a farlo pur sapendo di essere condannato, quella di uno Stato poco forte che da sempre non riesce a vincere perché, evidentemente, la mafia da sempre riesce a tenere a bada le scrivanie giuste, è logica elementare; quella di un telespettatore che vede le immagini dei rottami della macchina di quel magistrato e, letteralmente – beffardamente – non può fare niente. Ma questa è un’altra storia.

La fine del mondo (smallpox is dead)

Poi a volte in effetti ci si sente un po' snob, e superiori e antipatici, ci si sente d'altri tempi, a riuscire a vivere senza facebook come san Francesco senza uno stipendio, e ti vengono appunto questi paragoni snob e fuori luogo. Però se prima era una paura un po' ignorante e pigra, dopo il servizio di Report di qualche domenica fa – consigliato, ultraconsigliato e ancora consigliato – è proprio angoscia. E va bene, sarà mia personale ipersensibilità dell'ignoto e disturbo d'ansia generalizzato (che adesso vado subito preoccupata a mettere s alla fine di tutti gli http che incontro), però neanche andar in giro a sistemare ogni pollice all'insù senza un minimo di nozione del domino che quel tuo pollice avvia per il mondo è troppo sano. Forse. E il mondo perirà davvero per un virus informatico, e l'HIV sarà la nuova sindrome influenzale. (Angosciatevi!)
Come quando impari a cambiare il copertone della tua bici: fin'ora con la tua ignoranza avevi praticamente finanziato di persona il nuovo impianto dentario del tuo ciclista, poi ti viene il dubbio che se lo fa lui, che ha due mani come te, forse puoi farlo anche tu – che tra l'altro sei capace perfino di cambiare l'anabbagliante alla 206… E quindi ti metti lì e smonti la ruota – con accanto il cero al santo protettore delle bici ché ti dia la saggezza per poterla poi rimontare senza dimenticare pezzi – e sviti e sbulloni e fai leva e capisci com'è fatta e come funziona una ruota della bici (posteriore, che è la più difficile), la valvola della camera d'aria, gli ingranaggi della catena. E capisci che anche se tutti diranno che per andare in bici non c'è mica bisogno di saperne la meccanica, basta appoggiare i piedi sui pedali, va bene, dagli ragione, ma tu sai che d'ora in poi andare in bici non sarà più uguale a prima, non può, perchè sai il perchè.

(Poi lo so benissimo che non è che siccome non ho facebook sono salva, lo so che comunque ti spiano dai siti in cui vai, e sei schedato lo stesso solo che non glielo dici tu, e non sei sicura solo perchè hai la esse, lo so. Facebook è solo il capro espiatorio, perchè è talmente palese, ma perirò anch'io con voi, lo so.)

Diesis

Vincono i ratti cocainomani, vincono le discussioni originali come pippo baudo, come il sedere delle modelle. Vincono gli auguri di compleanno ricordati per facebook, sinceri.
Ma tu basta che prendi un po’ di vento e una vecchia betulla, e hai fatto il mare. Siamo quelli che non hanno mai creduto alla storia della conchigl10apr11ia appoggiata all’orecchio, lì ci sentivamo al massimo il frusciare del nostro sangue. (Facciamo colazione anche con un toast, del resto.) Sostituire il caffè la mattina con i cento metri olimpionici per prendere il treno, e poi sfiatare il fiatone. E sull’estratto conto sette centesimi di interessi, lordi, che due sono di ritenuta fiscale. E labbra da ridere. Come capire una conversazione fra stranieri, come i vecchietti che non ti conoscono eppure per strada ti salutano, perché sei giovane perché sei in bici, mentre a lato il ravizzone nei campi non ha altra ragione di esistere che il giallo. La primavera, all’inizio, è sottile come un diesis, e ti tiene su dai burroni di luoghi comuni, dai libri fotocopiati, da questa vita in pdf in cui si può perfino essere stanchi del futuro. E non sapere ancora se si chiamano banchieri o bancari, e non volerlo sapere mai.

La gimkana

E così, mentre Yara Gambirasio e la Libia perdono inesorabilmente posizioni nelle homepage dei quotidiani (perché va bene la suspence, va bene la ribellione non armata contro il dittatore, ma senza uno straccio di sospettato da linciare si perde il gusto, e se volevamo una guerriglia noiosa e tirata per le lunghe compravamo dei libri, che gli storici e i professori universitari coi baffi esistono apposta), viene quasi da pensare all’unità di questa cosa che si chiama Italia. Dicono che sia un tema d’attualità. Che bisogna destreggiarsi bene tra storia, orgoglio, indifferenza, retorica, originalità e soprattutto fazzolettini verdi. Che è una gimkana sempre impegnativa e molti vorebbero davvero potersi distrarre col nome di quel sospettato, piuttosto.
A me verrebbe da stilare la seguente lista di buoni propositi, come piccolo e personalissimo impegno:
Per la storia: ci si perda in una classica wikigita.
Per l’orgoglio: si riascolti Gaber che non si sentiva italiano ma perfortuna o purtroppo lo era.
Per il pizzico di retorica: ci si bagni dell’entusiasmo di Benigni a Sanremo.
Per l’originalità, per esempio, si festeggi sinceramente l’impegno della nazionale di rugby di ieri contro la Francia che ha portato a una storica e meritatissima vittoria.
Per i fazzolettini verdi: io personalmente cercherò, con tutta la fondamentale ingenuità, di capire almeno a grandi linee in cosa consista questo cacchio di sbandieratissimo federalismo fiscale e se sia, senza pregiudizi, una cosa bella o brutta.
Per l’indifferenza direi che è sufficiente la condotta tenuta sino ad ora, siamo maestri.
Poi insomma, la cosa bella sarebbe riprenderli uno a uno e farci un post per ciascuno. Chissà.


 

Le viscere che insorgono (un post pieno di link)

La domanda principale è come cazzo si fa a scrivere questo, a mettere insieme palesi bugie e un tono da sbruffone e farlo passare per giornalismo solo perchè è scritto su quei cosi di carta fine che a vederli – effettivamente – sembrano davvero giornali.
Ci sarebbe da chiederselo con rabbia, proprio, ma invece lo chiedo con un tono calmo, ecco, manteniamo la calma.
(Tra l'altro non è neanche elegante prendersela con chi è più sfortunato di noi – questo Borgonovo deve avere una capacità di attenzione un po' deficitaria, se trenta minuti gli sembrano "un tempo interminabile", poverino.)
Ma manteniamo la calma.
Qui se ne parla più seriamente, per esempio.
Qui la dimostrazione che si possono fare anche critiche sensate.
Qui un'abile stoccata, da un Corriere più pungente del solito.
Che poi però ritorna serio e raggiunge l'acme dell'analisi sociostatisticogiornalistica, il cui imponente risultato cambierà certamente la storia d'Italia.
Qui un excursus che se è vero fa un po' schifo.
Qui un altro post pieno di link.
Poi se si vuol stare leggeri si può vedere Crozza.

Ma rimane doveroso trovare un ritaglio di tempo (interminabile) per guardare Saviano, e nel sentire i nomi di posti vicini, che si conoscono, sentire le viscere insorgere.
Sarebbe doveroso farlo vedere nelle scuole, un avvenimento così, come si fa vedere il documentario sul DNA e sulla seconda guerra mondiale a integrazione delle lezioni. Indipendentemente da tutto, perchè, cazzo, non è sempre tutto questione di politica. E' questione di pensiero, di dover e voler tentare di vedere le cose il più possibilmente vicine a come stanno, farcele raccontare da chi ne sa e integrarle in tutte le nostre successive concezioni e valutazioni. Perchè se combattere la mafia è anche una questione di leggi, beh, le leggi arrivano quando qualcuno ci pensa su, e questo qualcuno saremo noi, i bambini e i ragazzi che per ora crescono ancora convinti che siano solo questioni di lupare e picciotti.
E quindi siamo disposti a sorbirci anche gli un po' insulsi elenchi di Fabio Fazio, chissenefrega. Ma il discorso di Saviano, quello mostratelo nelle scuole.

(Per quanto riguarda Fini e Bersani che si copiano il temino di parole belle e giuste, ero totalmente sicura che fosse solo una specie di pretesto autoironico, e che, essendoci ospite anche Paolo Rossi, poi arrivasse lui con Gaber. Ero sicura, credevo proprio di aver presagito la scaletta. Invece purtroppo non era pretesto di un bel niente, e Paolo Rossi più tardi ha preferito far abbastanza pena con robe sue.)

Della vernice sotto le scarpe

C’è da trascorrere il nostro tempo sugli autobus, sui marciapiedi, nelle stazioni, nelle sale d’aspetto degli ospedali, nei locali notturni, negli ingressi dei teatri, nei negozi. C’è da osservare con l’arroganza di chi si sente non osservato, ascoltare le telefonate come neanche i magistrati, dedurre informazioni inutili perché Aristotele ce lo permette.
Ci si innamora di tutti come se nelle loro narici l’ossigeno fosse più profumato, ed è possibile quindi che i nostri discorsi in no maggiore contro il grande fratello dei social network e delle borse della spesa trasparenti siano dunque solo una copertura. (D’altronde a colazione non ci si intinge mica la coerenza, nel caffelatte.) È un amore, più che platonico, asimmetrico. Come se nell’incontenibile esistere degli altri noi perdessimo volume, ci riducessimo a retina coclea e qualche circuito di pensiero, senza renderci conto di esserci, senza riuscire a vederci specchiati nelle vetrine, mentre viviamo.
Ci vorrebbe che avessimo tutti della vernice sotto le scarpe, sempre fresca, e per terra rimanesse traccia delle traiettorie di ognuno. Ci sarebbe solo da mettersi lì, seduti in un angolo, a guardare gli occhi di ogni persona che passa, a contare la frequenza dei suoi passi, a guardare tutte le traiettorie verniciate sul pavimento, e impazzirci. Ci vorrebbe curiosità – di quella senza scopi in filigrana, di quella non retribuita. Non ci vorrebbe odio, fretta, presunzione, e tutte quelle brutte parole che a dirle troppo si diventa brutti anche noi.
(Quando i mezzi pubblici fanno ritardo, quando ti spostano un appuntamento e ti fanno perdere tempo, quando qualcuno si comporta male, quando il mondo stronzo non aderisce alle tue esplicite precoci e precise richieste, quando per esempio lo fa perchè si scontra con le precise richieste degli altri, quando il signore seduto accanto a te puzza, quando il cielo piove senza aver minimamente posto attenzione alle ragioni espresse nelle vostre conferenze sulla femminile imprescindibilità delle ballerine. Perché lamentarti e arrabbiarti, perché pretendere tutto su misura? Perché non semplicemente accettare che il mondo è un po’ più complesso di quello che sembra, e che chiunque stia in amministrazione abbia da sudare? Perché farti la ruggine nel sangue? Ché poi non lamentiamoci che il mare è sporco, se tutti gettiamo il nostro piccolo sporco nei fiumi. Non lamentiamoci delle guerre fra Stati, se non sappiamo adoperare la pace nemmeno nelle riunioni condominiali, nemmeno nel salire sulla metro. Non pretendiamo l’equilibrio dell’universo, se siamo i primi a saltare sulla bilancia. Non convinciamoci che l’uva sia acerba, se è solo lontana.)
Siamo curiosi degli altri, senza peraltro capirli tutti, perchè è il nostro modo di rispettarli, perché solo così concediamo loro lo spazio cui hanno diritto, quell’intersecarsi delle libertà di ognuno che è il puzzle del mondo.
Siamo un pedone che si ferma per lasciar passare una macchina, siamo l'automobilista che ringrazia con un cenno della mano.

Se gli uomini andassero in letargo.

(Siccome un post vero e proprio ultimamente proprio non mi viene, ho pensato di scrivere soltanto gli spunti barra incipit barra parole chiave che mi erano venuti, in rigoroso ordine sparso, ché poi fate voi come volete.)

- Gli improvvisi riferimenti a Lincoln o Paganini o alle Torri Gemelle in un libro che altrimenti parla solo di scienza e medicina appaiono come delle vere e proprie feritorie verso mondi paralleli (il varco è qui?), ci ricordano in un lampo che tutto l’ambaradan di citochine tromboembolie e alterazioni genetiche, alla fine, concerne qualcosa che abbiamo sotto gli occhi sempre, il mondo, e che ci ostiniamo a considerare compartimentato. Quelle feritoie diventano sinonimo, quasi, di competenza, di cultura nel senso più buono e pratico del termine.

- Cheating is a gift man gives himself.

- perchè siam tutti soli ed è nostro destino tentare goffi voli d’azione o di parola, volando come vola il tacchino…

- pubblicità

- Sono stata in sala operatoria e potrei dirvi un sacco di cose, sulle sale operatorie, come per esempio che è vero quello che si vede nei film, che mentre operano i chirurghi parlano di ossi buchi e del calcetto della sera prima, di Michele Santoro e dei vicini di casa che suonano la batteria. Nei film esagerano, però fondamentalmente è vero.

- Tra le piccole gioie quotidiane ci metterei anche, oltre all’imparare il lato in cui si aprono le porte della metro alla tua fermata che ormai è roba assodata, anche il capire se posizionarsi all’estremità destra oppure sinistra della banchina per poter fare al volo il cambio gialla-verde in centrale. Non è stato facile.

- Se gli uomini andassero in letargo, io ci andrei.

(Poi, dunque, due robine come postille all’ultimo post. E questa, che è una canzone del nuovo disco di Le luci della centrale elettrica che comincia, per dire, dicendo che sventoleremo le nostre radiografie per non fraintenderci, ed è una canzone che potrà anche sembrare uguale a tutte le altre che a loro volta sembreranno uguali tra di loro, e malinconiche e tragiche e distruttive e surreali, però lo sono in un modo meravigliso e poi non sono uguali perchè ogni volta che le ascolti ci trovi qualcosa che la volta prima non avevi capito, e il senso di dire qualcosa e di non essere Laura Pausini è questo, fondamentalmente. L’incentivo dell’incompiutezza. Adesso che sei forte che se piangi ti si arrugginiscono le guance.)

Il mondo in mezzo

("Ci vogliono tristi per farci contenti, ci fanno sognare i loro diamanti, ci vogliono fermi per prendere la mira, noi diventeremo una giostra che gira.")

Poi si fa la figura di quelli freddi, noiosi o annoiati, forse cinici. Ma pazienza. Anzi, viene quasi da rispedire al mittente le accuse, con un rovescio teso e impegnativo: cinici sarete voi, che vi appassionate di storie di ragazze uccise e violentate e bambini accoltellati da un raptus come con i gialli di Agatha Christie. E che mimetizzate il cinismo con mimiche facciali sofferenti di fronte al telegiornale, con elettronici messaggi twitter di umana empatia, con grida al lupo della spettacolarizzazione del dolore. Il silenzio, il saltare a piè pari le pagine di cronaca nera di un quotidiano, il non chiamare per nome la vittima come fosse un'amica, è sempre interpretato ad occhio nudo come indifferenza, quando invece può essere, se non addirittura rispetto, almeno Dubbio, o comunque un qualche sintomo di lavori in corso.
Non è che non mi dispiace per le persone a cui succedono quelle cose terribili, non sono insensibile solo perchè è successo lontano, e perchè nel mio piccolo non ho mai conosciuto di persona assassinati nè assassini, e dunque "sono robe da televisione". Il mio dire "sono robe da televisione" ha un'accezione diversa: è rivolto non ai fatti, ma agli sguardi su quei fatti.
Più che altro è che non capisco. (Come con un mucchio di altre cose, per altro. E quando non capisco qualcosa le reazioni in genere sono due: sdegnare quel qualcosa e nel frattempo cercare di capirlo.) Non capisco il perchè di tutte queste prime pagine di omicidi privati, le piantine della scena del crimine, le ricostruzioni, le telenovela di supposizioni, le vecchine che spiegano al salumiere perchè non può essere stato tizio ad accoltellare suo fratello e fanno invece leva sulle macchie di sangue sulla moto del socio d'affari, che oltretutto con quella barba si vede subito che è uno cattivo, che è uno che non va in chiesa. Non capisco gli ammassi di giornalisti avventarsi rapaci contro l'imputato mentre sale in macchina, e domandare ai vicini di casa ma lei lo conosce ci racconti. E' questa passione, la spettacolarizzazione del dolore. E' questo raccapricciarsi per la sorte storta di uno sconosciuto (lo stesso sconosciuto che magari avremmo insultato se ci avesse tagliato la strada al semaforo) ed entusiasmarsi come detective ad ogni nuovo indizio. E' la gente che vuole sapere il nome di qualcuno che è stato brutalmente ucciso, e vuole sapere da chi, per poter pensare che il mondo è una fossa di serpenti, e che degli zii non c'è da fidarsi, per poter scrivere sui muri il nome e dirgli, allo sconosciuto, sarai sempre con noi. In questo contesto una mamma che viene a sapere in diretta che hanno trovato il cadavere di sua figlia non è poi uno scandalo, a vederla bene. Lo scandalo sta a monte, lo scandalo è che quella mamma era già diventata famosa e che si ritroverà forse a pensare fortunate le mamme non-famose i cui figli non-famosi muoiono non-famosi.
(Lo scandalo è che tra i titoletti dei telegiornali scorrano robe come "scippatore ucciso a colpi di ombrello", "pensionato cade e annega in un fosso", "cane affamato assalta chiosco di hot dog" al posto di parlare del petrolio nel mare o della mafia nell'Expo, e che al dire "chissenefrega" si passi per apatici.)
Non m'importa del diritto di cronaca. M'importa del rispetto dei morti e dei vivi, dell'umiltà. M'importa che rimanga sempre ben presente che tra i detective nei bar e la gente vera coinvolta c'è una distanza enorme chiamata monitor, o carta, che non rende legittimo nessun tipo di commento, serio o stupido, studiato o buttato lì, perchè, semplicemente, noi di qua dal monitor non possiamo sapere niente, perchè lo sapete che differenza c'è tra la parola "bicicletta" e una bicicletta? C'è il mondo, in mezzo.
Rispondere "affari suoi" quando dicono "un certo Caio De Semproni è stato ucciso" non è cinismo, è semplicemente l'impossibilità di violare la vita di qualcuno nel modo barbaro della curiosità perversa. E' l'unico modo per lasciare in pace quelle persone, anche se non mi conoscono nè mi possono ringraziare, o proprio per questo.
La chiamano privacy, alcuni – ma solo quando vogliono loro.
Lo sappiamo che certi uomini uccidono altri uomini, che potremmo uscire di casa, imboccare la via sbagliata ed essere rapiti dal primo squilibrato che passa, che l'uomo più buono del mondo che nostra figlia ha sposato potrebbe prendersela un po' troppo per il tradimento e per cinque minuti non vederci più. Così come sappiamo che ogni volta che siamo in macchina corriamo uno spropositato numero di rischi al secondo, che potrebbe cadere il vaso dal balcone o il fulmine dal cielo: fa tutto parte del contratto che ci hanno fatto timbrare con l'ombelico ancora fresco, non è un buon motivo per tenerci al corrente di ogni delitto accaduto ai milioni di gente come noi che abita questo mondo, perchè sono fatti loro, come i loro matrimoni e le loro vacanze, e a noi altri-cittadini non cambia niente. Su quelle prime pagine e in quei titoloni tridimensionali devono starci invece i delitti che lo meriterebbero, i genocidi, le scelleratezze pubbliche – politici, aziende e cravatte varie – di cui invece dobbiamo sapere. Quei delitti compiuti coi soldi, con il potere, con le scrivanie, con i documenti e le e-mail, con gli interessi sopra tutto. Lì niente privacy, perchè a noi cittadini cambia eccome, perchè sono anche cose nostre.
Ma sembra che se non si vede il sangue non è interessante, come i thriller al cinema.

(Anche quando un cantate dice di essere gay: prima ancora di intavolare sfrenate discussioni sul perchè lo sia, perchè lo abbia detto, se sia lecito o no, se sia morale o no, se sia normale o no: prima ancora diciamo "affari suoi", e chiudiamo lì tutto. E, piuttosto, vediamo di trovare cinque minuti per leggere questo.)

Esecrabile

Il momento è quello di resistere ancora un po'  – come quell'infinito che è sempre un numero in più di quello che pensi. Ci sarebbe da dire: esecrabile, cogliere la citazione e ascoltarla ad un volume un po' più alto del dovuto. (Quando la musica si fa accademica crusca. Come con gli Afterhours, che si capisce che son cosa ragguardevole al solo sentire quel nella quale, pronome relativo notoriamente delle grandi occasioni, cantato limpido ed evidente all'inizio di un verso.)
I pensieri si rotolano addosso disordinati, ruvidi, rumorosi e ostinati. Come avessero ragione solo loro e il loro magnaccia Freud. Come non ci fosse un modo per governarli, nel ventunesimo secolo l'acqua corrente la Luna l'iPad eccetera.
Il futuro è sempre là che sogghigna, e nel frattempo l'impressione è che non ci sia il tempo di fare niente. Si esce di casa alle sette e venti, si ritorna poco prima delle sette piemme, e si diserta non molto dopo le ventuno. Il cuscino e la coperta sono l'Obiettivo, e all'evoluzione della specie ci pensino gli altri. Il fine settimana è solo l'inizio di quella dopo.

"Signore delle domeniche, prova ad esserlo anche del lunedì e di tutti quei giorni tristi che ci capitano sulla Terra."

(E al partire da una canzone e vagare tra i suggerimenti di youtube, la meditazione riguarda la finitezza o meno della memoria umana. Non potrà starci tutto, ci sarà prima o poi un limite. Tra tutte queste canzoni vecchie da rimembrare e quelle nuove da innamorarsi, tutte queste combinazioni di musica e intelligenza che non possiamo per dovere morale lasciarci sfuggire, tutte le mutazioni che ne vengono, le rivoluzioni, le competenze e i sogni. E poi ci son comunque anche i romanzi, i saggi, la storia, i ricordi belli e inutili del colore del bagno dell'asilo, le puntate della Tata e la farmacologia. Ci vorrà un cervello esterno, prima o poi.)