Impotenza (What’s my age again?)

(Ieri sera mi è capitato di accendere la televisione e, quando stavo ormai giungendo alla conclusione che l’unico risultato tangibile del digitale terrestre è stato quello di posticipare di una trentina di canali rispetto al precedente La7 l’esclamazione “anche stasera non c’è su niente”, mi sono imbattuta su Rai Storia, in cui c’era un documentario su Falcone e Borsellino, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio.)
 
La sensazione è quella di impotenza.
A vedere tutti quegli occhiali grandi anni ’90 con le montature marroni, il modello di alfa romeo che aveva tuo zio quando ancora abitava nella casa vecchia, i baffi sporgenti da tutte le bocche, il tipo di caratteri della scritta RAI sullo schermo televisivo, le facce giovani dei politici che hai sempre conosciuto vecchi. Tutto questo ti sembra così lontano eppure così vicino che ti manda un po’ in cortocircuito. Sei dell’88: il ’92 dev’essere l’anno in cui ti gloriavi di aver imparato a fare il doppio nodo alle stringhe delle scarpe, mica robe da lattanti, cactus (dicevamo così, no?). Quando hai cominciato a scrivere la data sui quaderni era il 1994, insomma: gli anni ’90 ti erano sempre sembrati tuoi, sul serio. E poi invece ti imbatti in queste cose qua, e scopri di essere praticamente sullo stesso piano di uno nato, per dire, nel duemila: orrore. Di essere come impotente – scoprire adesso, a tradimento, che tra te e quello che vedevi c’era una lastra di vetro smerigliato. E dover ricominciare da capo, spostare tutto indietro al livello, per dire, dell’antichissima seconda guerra mondiale, e studiare la tua infanzia sui libri di storia. È un cortocircuito. Hai il diritto di votare, potresti letteralmente guidare ininterrottamente fino a Stoccolma, potresti prender marito, casa e accendere il famoso mutuo: eppure sei così piccolo.
Dove lo troviamo il diritto di chiamarci adulti?
Che tu c’eri, sì, come c’erano i tuoi genitori, i vicini di casa e i tuoi professori: ma loro hanno inevitabilmente un punto in più, loro allora leggevano già i giornali e guardavano i telegiornali, seguivano e commentavano; e pur con tutto l’impegno e addirittura il futuro dalla tua parte, qui tu perdi. Sarà banale, lo so, è la legge del tempo: tra l’altro invece poi tu vinci, con quelli nati nel duemila, sulle Torri gemelle, ad esempio, mica poco. È banale e inevitabile (ma d’altronde chi l’ha detto che a blog si fan rivoluzioni, si possa far poesia?), però eppure è una sensazione che ti lavi via difficilmente.
 
Poi c’è quell’altra, di impotenza, certamente, quella di un magistrato che fa il suo lavoro e che continua a farlo pur sapendo di essere condannato, quella di uno Stato poco forte che da sempre non riesce a vincere perché, evidentemente, la mafia da sempre riesce a tenere a bada le scrivanie giuste, è logica elementare; quella di un telespettatore che vede le immagini dei rottami della macchina di quel magistrato e, letteralmente – beffardamente – non può fare niente. Ma questa è un’altra storia.

La sindrome da empatia per i bonsai

(Bisogna per forza essere fan della Tamaro per poter apprezzare qualcosa della Tamaro? Prima dell'articolone che mi accingo a linkare io non avevo mai letto niente della Tamaro, e magari non leggerò mai altro, chi lo sa. Ogni tanto bisogna, se non proprio sospendere il giudizio, anche andar fieri della propria ignoranza, e dei suoi eventuali germi di sapienza.) Il link è questo.
Non è questione di ambientalismo. Perchè dovrebbero abolire le parole che finiscono in -ismo, ché fanno paura, o almeno sospenderle per un po', come la patente: un secolo o due senza -ismi e poi vedi che si torna a usarle con senno. E' questione di ambiental senza -ismo, ecco. Magari, se volete, toglieteci -al e metteteci -e. Tutto qua. Poi leggete quell'articolo, collegate eventuali vostri puntini mentali e poi basta, gioco libero.
A volte penso semplicemente che sia tutta colpa dell'incipit di Storia di una gabbianella e del gatto che le insergnò a volare. Forse non avevo pianto – allora sì che ero una dura – ma il petrolio impiastricciato sulle ali me l'ero sentita addosso anch'io. E le parole erano già tutte lì, stampate, la mamma della gabbianella moriva, tu con i soli occhi non ci potevi fare niente. L'inizio di quel libro faceva soffrire più di un cerotto strappato tutto d'un colpo, e faceva innervosire coi grandi più di quando se ne stavano in cerchio e tu non riuscivi a entrare nei loro discorsi neanche saltando come una cavalletta. Non leggete quel libro, bambini, guardate i pokemon. O se proprio volete fare i farabutti, saltate l'inizio. E' per il vostro bene, non vorrete crescere incolleriti coi grandi e solidali con le formiche, vi prego. Viva il petrolio, bambini.
O forse è una vera e propria malattia, una sindrome empatica. Un panteismo degenerato.
Puoi sentir parlare della marea nera, puoi vedere le foto sul giornale, sì, e leggere le interviste agli esperti. Come puoi leggere Leopardi e l'islandese. Puoi. Ma puoi anche sognarla, la marea nera. Capita. Ed è indescrivibile. Sogni una colonna sonora solenne, di grida stridulmente solenni, e un enorme zampillo nero nel mare, un'emorragia nera che si allarga a ondate, e la tua nave-sottomarino, senza altri uomini precisati oltre a te, si tuffa più volte nella burrasca oleosa, in preda al panico, senza saper cosa fare, dove guardare, la nave, come toccasse a lei. E non può davvero fare niente. Puoi sognarci anche il dolore, nel sogno, il senso di colpa impregnante tutto il sogno, proprio come il petrolio, sì, e come il petrolio te lo levi di dosso a fatica.
Una malattia con sintomi specifici. Non puoi guardare il circo, o le vetrine di un negozio di animali, sono torture. Come gli ostacoli dei cavalli, i maneggi. O come i superstore del verde, i giardini incantati di stagnetti fasulli e nanetti felici. La natura snaturata degli acquari decorativi, i gorgoglii disperati di canarini ingabbiati. Pensi che i cani randagi dei barboni se la passino molto meglio dei segugi antidroga con medaglia al valore, o degli instancabili cani per ciechi. Cammini cercando di non pensare a tutte le formiche e gli insetti che stai uccidendo senza saperlo, come il gigante più arrogante, e chiedi loro scusa, promettendo che prima o poi troverai una soluzione.
Sei convinta che se è ipocrita chi ama gli animali e poi mangia la carne, forse è ancora più ipocrita chi non mangia la carne e si strafoga di alga Klamath. Forse che l'insalata non è una forma di vita? Che tutti quei semi di farro se non finivano nel tuo stomaco non davano tanti farrini? Sei convinta che anche tutti i vegetariani siano degli assassini, e che questa verità andrebbe divulgata di più tra le genti.
Si può provare pena per un bonsai? In genere i bonsai piacciono a tutti, ché son tanto carini. A me fanno pena. Con quel fazzoletto di terra, e le tecniche di tortura per generare forma e dimensioni a comando. Esattamente come i cavalli che passano la vita a portare cretini in groppa e fare gare di cui, ne sono sicura, non gliene frega niente. Bonsai e cavalli hanno entrambi un'insopportabile aria triste. E' ambientalismo questo? O è solo (com)passione per la vita? (Sottovoce, di sbieco, per una collineazione astrale che sarebbe difficile spiegare, avrei da addurre anche questo link, che qualcosa dice. E vale sempre quella cosa dell'ignoranza e del sospendere il giudizio, e della sola forza delle parole stampate.)
Forse è sensibilità esagerata, il meccanismo panteista che si è surriscaldato, di chi si crede padrone del mondo, sì, ma solo con il pensiero.

Il bambino che voleva lavorare alla Zecca

Lorenzo a dieci anni aveva risolto il problema della fame nel mondo. Dopo attente ricerche e interviste ad esperti (la mamma mentre stirava era sempre propensa alla chiacchiera costruttiva) ecco la soluzione, chiara e lampante. Se il problema era che in Africa mancavano i soldi, e se i soldi non erano altro che pezzi di carta e di metallo prodotti in una fabbrica che si chiamava Zecca – proprio come quando dici "nuovo di zecca" – beh, allora bastava stampare più soldi e andare in Africa a distribuirli a chi non ce li aveva. Chissà perchè nessuno ci aveva mai pensato.
Sia chiaro: a lui piaceva svuotare una lattina di aranciata, lavarla, incollarci il foglio che aveva dato don Marco a catechismo, farci il buco a forma di moneta, e poi infilarci le monetine che risparmiava non comprando le Goleador. Solo che le monete che metteva nella lattina saranno servite al massimo a comprare una pizza. E probabilmente in africa non le facevano neanche, le pizze, gli toccava ordinare una zuppa di lombrichi, poveretti. E poi mica tutti rinunciavano a tante Goleador come lui.
La mamma enciclopedica però frenò subito l'entusiasmo, parlando di una cosa che si chiamava inflazione e che era quella che faceva alzare i prezzi. Dopo un battibecco diderotico lo convinse a fare un esperimento: la prossima volta che andava a far la spesa si segnava il prezzo dei biscotti al cioccolato, e l'anno prossimo allo stesso giorno andava a vedere se era aumentato. D'accordo. Però non capiva cosa c'entrassero i biscotti con l'Africa. Potevano comprare anche solo del pane, non avendo niente era già un inizio.
- Non hai capito, Lorenzo. Immagina di avere un giocattolo bellissimo che non ha nessun altro. Per te quel gioco vale tanto o poco?
- Tanto.
- Bravo. E se invece ce l'avessero tutti? Sarebbe molto meno importante, no? Papà saprebbe spiegarti tutto meglio.
(Il papà era sempre al lavoro, e sopra tutto gli importava del nodo della cravatta. La mamma era tanto paziente e gentile, però spesso troppo uguale a tutti gli altri grandi.)
E lui ancora non capiva come questo impedisse di aiutare l'Africa.
- Ecco, allora se tutti avessimo diecimila milioni di euro, essere milionario non sarebbe più la stessa cosa di adesso. Perchè se tutti fossimo ricchi allora i prezzi si alzerebbero, per l'inflazione, e una pizza non costerebbe più cinque euro ma cinquecento. Sarebbe la stessa cosa, capisci?
Si immaginava un supermercato di notte, quando era chiuso, e improvvisamente si accendeva una luce magica, e tutti i numeri scritti sui cartellini uscivano dai cartellini e diventavano veri e grossi, e poi scorrevano come alla stazione, e quando erano aumentati abbastanza si appiattivano di nuovo e ritornavano nei loro cartellini, la luce si spegneva e tutto tornava come prima, e alla mattina uno non si accorgeva di niente, se non guardava i prezzi sui cartellini.
- Mamma ma non è l'inflazione che fa aumentare i prezzi! Sono gli uomini del supermercato che cambiano i cartellini!
La mamma allora gli disse che certo, li cambiavano perchè sapevano che c'è l'inflazione. Che la sua idea era bella, però non serviva perchè più banconote ci sono in circolo nel mondo e meno vale ogni banconota. Anche se c'è scritto ancora dieci euro, vale di meno, perchè chi decide i prezzi sa che c'è più gente che vorrebbe comprare, e quindi aumenta il prezzo delle cose. E' una legge dell'economia.
A Lorenzo questa economia sembrava una cattiveria grossissima, però non disse niente.
- E poi c'è anche il fatto che ogni paese può stampare tanti soldi in proporzione all'oro che possiede. Se ne stampi di più, scatta l'inflazione.
Insomma con l'economia non si andava da nessuna parte. La sua idea della Zecca era molto più concreta. Bisognava solo non far sapere agli altri che si stampavano più soldi, e allora nessuno si sarebbe accorto che doveva accendere l'inflazione. E l'inflazione non partiva!
Aveva deciso: da grande voleva lavorare alla Zecca, per stampare più soldi di nascosto e poi fare ogni anno un viaggio in Africa, ogni volta in uno stato diverso, e stando attento a non farsi vedere da nessun negoziante o uomo del supermercato, e anche da nessuno che poi potesse andare a dirglielo, avrebbe distribuito i soldi alle persone. E avrebbe mangiato le Goleador insieme ai bambini.
La fregava lui, l'inflazione!
Comprò un quaderno per scriverci tutti i dettagli del piano, ci fece un buco con le forbici e lo chiuse con un lucchetto. Cominciò a pensare a chi poteva aiutarlo; avrebbe chiesto ai suoi amici più fidati, e anche a qualche femmina, che in matematica erano più brave. In classe fece girare qualche bigliettino in codice, col loro vecchio codice del Buco, per fissare delle riunioni alla loro Quercia col buco, nel parco vecchio. Lo zio di Gaia faceva l'operaio a Roma, e aveva un garage dove teneva la moto che non usava mai. Quella sarebbe stata la loro base. Sempre che la Zecca fosse a Roma, prima doveva controllare sull'enciclopedia.
Solo che non potevano dirlo a nessuno. Lorenzo decise che avrebbe continuato a dire che voleva fare il lavoro del suo papà, l'operatorediborsa, anche se non sapeva cosa fosse.

Peso specifico

A volte torna anche voglia di scrivere rispettando la grammatica accademica, la sintassi di regime, i decreti-punteggiatura, il divieto di neologismo e l’intero protocollo burocratico. Come i temi a scuola insomma. Roba legalmente inoppugnabile, magari noiosa ma inoppugnabile. Viene voglia di tentare il testo argomentativo. (Sbandieratissimo in quinta elementare, quando solo per il nome pareva roba importante e non adatta ai minori di dieci anni, e poi oltretutto era un testo saggio, giusto, equilibrato, democratico ed educato: prendi il fatto o la questione, metti in fila pro e contro, li esamini, li bilanci e ti esce – quasi matematicamente - la tesi. Saggio, giusto, democratico eccetera.)
Però c’è che l’accademicità fa venire prurito, quasi come le ortiche, eh? L’esagerata geometria, gli in primo luogo e gli in secondo luogo, i conseguentemente, la mediocre vacuità degli in qualche modo e ad ogni modo, a lungo andare fanno venir prurito.
Quindi quasi quasi ritratto.
Anche se poi, mettendola troppo sul volgare parlato, sullo spigliato divertente, sembra sempre che chi parla abbia le idee chiare, le opinioni decise. E’ un guaio. Perchè vi assicuro che qua chi parla non è mai decisa decisa, nelle idee, anzi. Il blog deforma.
Fatto a caso.
Io comincerei col premettere, per quelli che lo sostengono lo sostenevano o lo sosterranno, che un crocifisso non può offendere nessuno. Cioè, che offendere è una parola abbastanza grossa, vuoldire che ti fa male. E il crocifisso (così come la stella di David, la falce di luna, lo stemma dell’Inter o il logo dell’UDC) al massimo può dar fastidio, non può offendere. (Primo.)
Puoi essere infastidito, quello sì, e innervosito. Magari ti hanno insegnato che la Costituzione dice che siamo in uno stato laico e tutte quelle cose lì, e ti hanno insegnato anche la matematica e la logica e in quel crocifisso in classe ci vedi un’incongruenza. E le incongruenze possono dar fastidio, in effetti. L’incongruenza c’è anche, quindi, nel fatto che non si capisce perchè bisognerebbe toglierli solo dalle scuole e non da tutti gli altri edifici pubblici, per esempio. (Ma qui siamo un un comma bis.)
Qualcuno dice che il crocifisso va oltre la religione, è simbolo della tradizione di questo Paese. (Per ridere si può obiettare che anche la pizza è tradizione di questo paese. Prorio culturale, non solo alimentare. O il calcio, eccetera eccetera. Ma comunque.) Sembra che le tradizioni siano obbligatorie. Imposte dall’alto, intoccabili. Che non si possano mettere in discussione, magari in nome di qualcosa di più universale chiamato, tipo, libertà. Ma anche: che sia obbligatorio mostrarle, queste dannate tradizioni. Fare lo show, mettere le bancarelle e chiamare la banda per la festa del patrono, se no chi si accorgerebbe che sono tradizioni? (Secondo.)
E’ una questione di principio, questo si sa. Perchè praticamente si tratta solo di due pezzettini di legno incrociati che rimangono anche abbastanza inosservati, di solito in classe, al massimo servono perchè se la lezione ti annoia ti puoi distrarre a guardare i muscoli di Gesù Cristo o cose così. Senza essere eretico, eh, sono sole cose che capitano in classe, quando ci si annoia ci si distrae con qualsiasi cosa. Comunque. Quelli lo vogliono per difendere la cristianità, questi non lo vogliono per la laicità. Questione di principio, dunque. C’è da chiedersi se un cristiano non può essere cristiano, o anche cristianissimo, anche senza crocifisso in classe. (Può averne quanti ne vuole a casa, del resto, e in chiesa.) E se non può finalmente capire che c’è chi non la pensa come lui, e che, visto come stanno andando le cose, saranno sempre di più. Un minimo di plasticità mentale. E la scuola ha mille altri problemi ben più importanti, è vero, e i non credenti sono andati avanti fino ad adesso coi crocifissi e sono sopravvissuti. Chiederebbero solo un piccolo dettaglio formale. Una questione formale.
Comunque c’è innanzitutto da turarsi il naso, perchè questa storia puzza già tanto, ma tanto, di facile strumentalizzazione, di stupida indignazione e audience-fervore e di proclami pubblici.
(Sarà che a me i simboli, in quanto simboli, mi stanno piuttosto antipatici. Sarà che preferisco mille volte uno che ha una religione e la sente in silenzio e la pratica come meglio crede, piuttosto che chi si crede credente, per tradizione, quelli che "non si può dire che sia clericale, come Boccaccio amo rider dei frati, ma ossequio sempre lo zio cardinale e vado a messa nei dì comandati", e ce ne sono tanti, che sono la rovina della religione più ancora della religione stessa. Perchè la religione un po’ di sostanza ce l’ha; quelli invece fanno solo numero, quindi a maggioranza vincono sempre. A peso specifico, non so.)

My generation (la regola di Capitan Findus)

Ci lamentiamo annoiati se i vecchietti dicono che ai loro tempi certe cose non succedevano, ai loro tempi loro sì che faticavano, e una volta le cose funzionavano e c’erano ancora i valori eccetera; e subito dopo arringhiamo contro i bambini di oggi che sono viziati e iperprotetti e vanno sulla bici col casco e sono lobotomizzati dalla televisione e dai genitori che ce li lasciano davanti per ore, a guardare il grande fratello e i film con le pistole.
Abbiamo più o meno vent’anni e ci sentiamo giovani e vecchi assieme.
Ci giriamo per e-mail o per facebook robe tipo questa, per ricordare i bei tempi andati e per convincere e convircerci che eravamo meglio noi, e che lo siamo ancora, quindi.
Perchè il nostro Capitan Findus era un vecchietto saggio e coraggioso, era il nostro quinto nonno, e non quella specie di sex-symbol che l’ha rimpiazzato, che poi le ragazzine crescono troppo presto. E pensiamo che Capitan Findus sia un’argomentazione ragionevole per spiegare una volta per tutte la causa di questa deriva del mondo. La regola di Capitan Findus.

Io dico che – noi cresciuti negli anni novanta - abbiamo vent’anni, venticinque. Non siamo teen ma non siamo neanche vecchi. Neanche adulti se è per questo, ne sono più o meno convinta.
Non giocavamo con le Winx e coi Pokemon, è vero, i nostri amici li chiamavamo col telefono fisso con il filo, ascoltavamo Cristina D’Avena e non i Dari, le ricerce le facevamo in biblioteca e non su wikipedia. Tutto vero. E possiamo anche menarcela con le care vecchie lire, se vogliamo, ché noi le abbiamo viste, conosciute, le abbiamo maneggiate. (Fa niente se le usavamo per pagarci il chupa-chups: le abbiamo maneggiate, sì.)
Ma su, non bariamo.
Sarà che l’infanzia, specie se vissuta bene come c’è da augurare a tutti, è una cosa così cara che fa sempre piacere riviverla, anche se solo con un filmato di youtube, e si è un po’ troppo commossi e un po’ poco lucidi a riguardo. Ma vogliamo davverlo vederla tutta questa differenza tra le Barbie e le Winx? Anche noi eravamo lobotomizzati dalla nostra televisione, tornavamo a casa da scuola per fiondarci su italia1 alle 16.00, vogliamo nasconderlo? Forse giocavamo in strada più di quanto lo facciano i bambini di adesso, ma non diciamoci che eravamo immacolati.
Il punto è che siamo una specie di generazione limite, nei nostri primi dodici-tredici anni abbiamo visto le lire ma anche i primi computer, Gino Bramieri ma anche SuperMario. Per i vecchietti siamo tali e quali ai bambini di oggi, quelli che a noi sembrano così diversi, così deviati. E tutte, forse, sono generazioni limite, senza confini netti, trincee dietro cui ripararsi e attaccare. Si chiamano "generazioni" apposta, perchè robe come 1492 e 1789 non hanno senso. Perchè il mondo continua ad evolversi, senza confini netti. Quindi, dai, non bariamo, non facciamo gli omoni.

Bisognerebe recuperare da qualche parte quello spettacolo di Marco Paolini andato in onda su La7 a Capodanno, quest’anno. Si intitola "La macchina del capo". Racconta dell’infanzia, la racconta come Marco Paolini sa fare e già questo merita, che finisce che hai le lacrime dal ridere e il cuore caldo. Ma serve perchè ti accorgi che hai trent’anni meno di Marco Paolini ma la sua infanzia è praticamente identica alla tua. Solo qualche marchio commerciale in meno, forse, ma è solo quello: cambiano i nomi. (Bambole, Barbie, Winx, per esempio.) I giochi, i modi di dire, i comportamenti, i ragionamenti sono molto più simili di quanto sia noi che i vecchietti immaginiamo. I bambini sono uguali dappertutto, nei meridiani e nei secoli.
Per cui non facciamo gli eroi, non facciamo i bambini, e piantiamola con certi melodrammi fasulli.

E quindi riuscimmo a veder le stelle

Da piccola, oltre alla muratrice (sulle fantastiche orme di Massimo, il muratore che ci ristrutturò casa e di cui caddi follemente innamorata all’età di tre anni), l’ammaestratrice di delfini (tempi di Flipper), la giardiniera, la pittrice, la naufraga in un’isola sperduta, la geometra che vendeva le piastrelle (storia lunga) e l’ispettrice Gadget, volevo fare anche l’astronauta. Era una vocazione, giustificata da quella sorta di dolore lancinante che provavi quando leggevi un libro di avventure e non potevi entrarci tu, lì, nelle immagini e nelle pagine. Dovevo fare l’astronauta, poche storie. C’era da galleggiare nel vuoto e fare tutte quelle cose normali dove la gravità normale non c’è. Esplorare l’universo intero. (Un po’ di quella fanciullesca e devota ambizione che ci vorrebbe sempre, penso.) Che già allora andavi in pazzia a guardare il cielo e pensare che potevi continuare ad andare e andare e il cielo non finiva mai, te l’aveva detto la mamma. E poi: pensare che le stelle c’erano anche di giorno, e che alcune stelle le vedevi ma erano già morte, ora che la loro luce arrivava. Dovevo fare l’astronauta, poche storie, dovevo andare a veder le stelle e i pianeti e il vuoto. In effetti mi sono sempre sentita in complicità con gli astronauti, quando li vedi nei servizi dei telegiornalie, o quando Umberto Guidoni è venuto alla mia scuola a parlare. Gli mandavi un occhiolino telepatico, gli dicevi ehi, amico, siamo d’accordo (mi manca solo da conoscere qualche cenno di ingegneria aerospaziale, robette, ma sono una di voi).
Perchè in questi giorni c’è la Luna Nuova, se no passavi involontariamente le sere a fissarla. A far finta di chiamarti Neil Armstrong o Buzz Aldrin e dire "guardala là, io ci sono stato, ci ho camminato su". Che non è tanto la Luna, è più il vuoto che sta in mezzo tra noi e lei, il viaggio, il pensare che non è un disegno sul cielo, una cartina, è quella vera. Con i trecentomila chilometri di spazio in mezzo da attraversare. C’è da impazzirci. E da commuoversi, quasi.
E tutto, da là, dovrà sembrare piccolo e ridicolo.
(Anche tralasciando Leopardi e i Pink Floyd e Astolfo -dimenticavo Astolfo!- e le divagazioni accademiche da tesina per la maturità. E anche tralasciando Michael Collins e tutta la filosofia dei secondi e dei dietro le quinte.)
Rimane quella bandiera a stelle e strisce che potrebbe dar fastidio, che non rappresenta il pianeta Terra. Ma dà fastidio solo se non vogliamo -non dico giustificare, ma- sapere che era fredda, ma era guerra.
Cioè, sembra davvero ridicolo il fatto che dopo miliardi di anni di evoluzione, quando una forma di vita è riuscita a costruire un aggeggio che l’ha fatta volare nello spazio (volare nello spazio) fino ad arrivare a un altro pianeta, un satellite, quando si è finalmente raggiunto un traguardo tanto impareggiabile, quella forma di vita sia tanto ingenua da mettere una bandiera che rappresenta solo lo stato che ha finanziato quell’aggeggio e non tutti, in generale, gli abitanti. Più ridicolo ancora è pensare che quel viaggio era una gara tra due stati, un litigio tra bambini per chi arriva primo. Poi le parole dette in quei giorni sono state tra le più belle della storia, per carità, ma la bandiera l’hanno comunque piantata a stelle e strisce. (Che poi: se dà fastidio ai non-americani normali figuriamoci ai non-americani Russi. E’ ridicolo.)
E in tutto questo io sono un’astronauta che trova in un attimo l’Orsa Maggiore, che è là, grande e limpida ben incastrata che sorride nel cielo, e non è mai riuscita una volta in vita sua a trovare l’Orsa Minore con la Stella Polare. Non c’è verso. Anche con l’astrolabio che mi fu regalato lustri fa che, in base alla data e l’ora che imposti, ti indica la porzione di cielo che vedi con tutte le costellazioni, potrei passarci le ore ma io oltre all’Orsa Maggiore non vedo proprio niente. Ehi, ma ci sono anch’io, amico.

Interiezioni

Quando lo studio impone ritmi altissimi e purissimi c’è necessariamente la necessità di riposare il necessario. E’ una cosa termodinamicamente spontanea, che filosoficamente è e non può non essere. La microbiologia, per esempio, è esitata recentemente nel solitario di windows, che era secoli che non facevo e lustri che non vincevo (con tre carte è pressochè impossibile, dai). Ma ciò che ho trovato più rilassante, dopo un’intensa attività di sperimentazione del disparato, è mettersi alla pianola a pigiare qualche tasto. Qualche tasto nuovo è ancora meglio, che ti impegna e distoglie alla grande.
Così ecco che, come l’immunologia vuole, a grande richiesta (ehm), rendo pubblico il mio talento (ehm) perchè l’arte va condivisa e divulgata (ahm), e posto qua i miei ultimi sudori. Per farmi dire "brava" dagli ignoranti e "pivella" dai competenti, mica per altro. Narcisista che non sono altro.

Enthousiasmòs, o delle eccezioni

Viene il tempo, ogni santo giro intorno al sole, più o meno allo stesso punto, in cui prevale su tutto l’entusiasmo. Per quanto il significato di entusiasmo non sia più quello di una volta, quello delle sere d’estate a correre in giardino con l’irrigazione accesa insieme agli zii più pazzi -e dunque degni di questo nome, la sensazione mentale è più o meno quella.
Fiato.
Finite le lezioni ricomincio ad andare in piscina, due o tre volte la settimana, che ti fa cominciare la giornata alla grande, e uno di questi giorni vado dalla parrucchiera perchè, al diavolo la moda (ma ci fate caso che tutte le ragazze-femmine-bambine hanno i capelli lunghi? Tutti uguali. Lunga vita ai capelli corti, diciamolo, che sono più comodi e si asciugano subito e non si spettinano e non ti si intorcigliano alla faccia quando c’è il vento), a me tutti questi capelli che mi cadono sul collo mi danno un fastidio boia e allora li taglio, e li taglio pure belli corti, e quando ho tempo dovrei mettermi alla pianola a imparare qualcosa di nuovo, magari di Einaudi se è fattibile, che se no suono sempre le solite tre cose, e poi a luglio se tutti gli esami sono andati bene si potrebbe trovarsi un lavoretto, e se non c’è niente mi offro alle mille zie di cui dispongo come donnadellepulizie-imbianchina-cuoca-giardiniera-tuttofare e speriamo che a qualcuno serva, e anche quest’anno niente vacanze (e "finiremo zitelle a vivere sole e parlare con i gatti…" "ehm, guarda che io ci sono già") ma non c’è bisogno di chiamarle vacanze, basta qualche gita ogni tanto, mi manca il monte Rosa per esempio, e tanto la vita da spiaggia non fa proprio per me, al mare sono secoli che non ci vado ma si può vivere senza, eccetera eccetera.
Fiato.
(E può anche essere solo l’istigazione alla marcia che ti dà la Canzone del Piave, che il mio alunno di flauto suonerà alla perfezione all’esame di terza media grazie al mio fantastico addestramento. Che la guerra non ti piace, il patriottismo non l’hai mai visto in giro in vita tua, il "non passa lo straniero" di questi tempi ricorda tutt’altro rispetto al cameratismo di battaglioni e trincee, eppure il fiume Piave è simpatico, non c’è niente da fare.)
Passi dal fiorista che la mamma deve comprare qualche fiore da piantare in un vaso, e il fiorista è il miglior antidepressivo del mondo. Potresti anche non comprare niente ma starci lì solo a sentire l’umidità della serra sulla pelle e le mille varietà di fiori colorati che ci sono, e il profumo del gelsomino, e ti senti di poter conquistare il mondo con il pensiero. E con le begoniette. In culo tutti i fiori più elaborati, la modificazione genetica e le rose blu, viva le begoniette. E i papaveri. (E’ noto al mondo che io odio visceralmente il colore rosso. Niente di politico o traumi infantili, sia chiaro, non lo sopporto e basta. Coni e bastoncelli, nervo ottico e via dicendo, alla fine c’è una sensazione di brutto, col rosso. Vai a capire perchè. Ma ci sono due eccezioni: il Rosso Lindor e il Rosso Papavero.) Si potrebbe pure fare un Inno al Papavero, se vogliamo, che c’ha dei bei significati estraibili. Al di là dell’oppio, dell’economia Afghana e della concezione di Fiore Altissimo che qualcuno potrebbe muovere da tutto ciò. (Non io.) Il Rosso Papavero è quello che s’intona perfettamente col verde dei campi e delle sterpaglie in cui cresce, e bisogna ammettere che il passo "cielo azzurro, prati verdi e fiori colorati: Dio non poteva fare lavoro migliore, aveva tutti i colori e ha scelto proprio questi che insieme stanno magnifici" è uno degli argomenti migliori tra le prove dell’esistenza di un ente superiore, lor signori ne tengano conto; che ti accompagna lungo i binari per tutto il viaggio, che spunta a lato dell’asfalto (e quanto è brutto l’asfalto! quando c’hai lì i papaveri in parte da confrontare…d’inverno non te ne accorgi, devi pensare ai tergicristalli alla nebbia agli impegni, ma è brutto davvero, neanche fosse rosso), il papavero è quel fiore che sembra tanto tanto delicato, coi petali leggeri che sembra portarseli via il vento, e invece resistono, per loro e per te, per il tuo entusiasmo.

scusate la digressione

Il 24 minuti da domani non sarà più pubblicato, per ragioni di economia e infruttuosi mercati pubblicitari di questi tempi. E io a chi tenderò la mano ogni martedì e giovedì alle 17 erotte in piazza Bottini? E il mercoledì sera sui gradini di Crocetta? (Piazza Bottini sarebbe Piazza Lambrate, i più non sanno che c'è pure un nome ufficiale, ovviamente diverso da quello più ovvio.) E il ragazzo abbronzato che distribuiva giornali in velocità, come la borraccia ai maratoneti in corsa, che fine farà? In cassa integrazione?
Mentre mi capacito di tutto ciò, aspetto con fervente dedizione la Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore, che è segno di nuova Nascita, di ribellione e riconquista di questo mondo di dolore e ingiustizia, e che rappresenta la Salvezza per tutti noi.
Fondamentalmente, ho voglia di vacanza.
Il resto è sottofondo, pure l'uovo di pasqua dato che dubito la mammina me lo comprerà. (A volte ho come la sensazione di essere infantile, boh.) Ma in realtà l'uovo di pasqua era l'ultima delle cose extraordinarie di Pasqua; prima c'era la domenica della sfilata oratorio-chiesa con gli ulivi (in realtà guerra degli ulivi, una specie di rivincita del carnevale, credo), il vangelo lunghisimo narrato a tre voci che almeno era un po' più movimentato e avvicente del solito, la lavanda dei piedi a cui sono stata sottoposta in terza elementare, i nuvoloni grigi del venerdì che immaginavi anche se c'era il sole, ma soprattutto: le uova da decorare. Voglio dire, le uova da decorare erano una figata pazzesca. Anche se poi, quando il sabato mattina arrivavo in chiesa baldanzosa con la cestina trotterellante, notavo sempre con aspra amarezza (notate la meravigliosa incongruenza…) che la suddetta chiesa era piena di comitive nonne-bambini con cestoni transoceanici pieni di minimo 4 uova di cioccolato (e già qui mi rodevo, perchè a casa mia in genere non era concesso un numero di uova maggiore di uno, per rigidi valori morali di educazione al godere di quel che si ha e al non strafare) ma soprattutto, scandalosamente: le uova con le decorazioni già fatte! Cioè, io avevo sudato tutte le mie tempie di quei giorni per inventare greche e disegni ognuno diverso dall'altro per una decina di uova, e scegliere i colori, e non rompere le uova con i pastelli, e disegnare per bene, le righe dritte su una superficie curva, cioè mica robine. E questi? Avevano appiccicato adesivi prestampati. Veramente un'offesa spaventosa.
Comunque adesso la Pasqua non ha più tutto quel fascino e posso non crucciarmi più dei bambini moderni che magari le uova le decorano con Paint, o le mandano a benedire per e-mail, non so.
La Primavera invece, in generale, è molto più sentita. Il gelato del 21 marzo, per esempio, è tradizione radicata e non ci si rinuncerebbe neanche con la pioggia.
Concludo amenamente con questo link piuttosto divertente (quelle battute sagaci, non volgari, perchè "di far ridere dicendo cazzo son capaci tutti", come dice mia mamma la saggia), ma probabilmente i più forti lo conoscevano già.

l’animo invernale immobile di bellezza

Sono giorni di musica bella e tranquilla, di Chopin e Ludovico Einaudi, Allevi e De Andrè. Chopin ed Einaudi nel senso che ti profumano la stanza mentre cerchi di immagazzinare in memoria quella gran rottura che è l’orale di inglese scientifico. Allevi nel senso che lo ascolti a lungo, selezioni un pezzo fattibile, ti scarichi lo spartito e lo posizioni solenne sul leggio della tastiera. Poi piano lo impari, pezzo per pezzo, giorno per giorno, e alla fine lo suoni innumerevolmente con la sacra soddisfazione di esserci riuscita. Quando riaccendi lo stereo ti accorgi che, ohibò, l’originale potrebbe assomigliarci ma non è del tutto chiaro, l’avevi un po’ dimenticato, sembra un’altra lingua. Ahitè, sei una schiappa. De Andrè nel senso che è praticamente d’obbligo. Di solito sei abbastanza restia ad andare dietro ai fenomeni-spettacoli di massa, e i best seller, per dire, li leggi un anno o due dopo, più che altro per curiosità psicosociale di andare a cercare il perchè del clamore. Ma stavolta no, improvvisamente, per una questione di numeri, tutti ne parlano, tutti lo elogiano, e pure tu. Principalmente perchè fa bene all’animo, la bellezza di quella musica, la sua semplicità pesante di completezza. E poi perchè, devi ammetterlo, non è che lo conosci alla perfezione. [E qui ti senti di incolpare i genitori, che in quanto a musica avrebbero potuto essere una risorsa ben più grande. Anagraficamente avrebbero potuto trasmetterti la musica di mezzo secolo, la finta sessantottina (solo anagraficamente, appunto, in realtà molto più tranquilla d'animo) che di quei tempi conosce giusto i Beatles, e quell'altro che di musica se ne sbatte abbastanza, ed è al massimo fermo ai Watussi e Nel blu dipinto di blu. Li incolpi perchè se le mensole in sala, al posto di sorreggere stralci interspersi di Mina Morandi e Mazzolin di fiori, fossero state piene di dischi di De Andrè, non so, Guccini, e un po' di rock internazionale, saresti venuta su un po' diversa, un po' più in fretta forse, insomma, saresti perlomeno partita con il piede giusto. Cioè, l'infanzia è importante.]
E allora, viaggiando su un treno orizzontale in mezzo alla campagna orizzontale, dove la neve è ancora tremendamente bianca e liscia anche dopo giorni dalla nevicata, con il cielo dello stesso colore, che nasconde, a nord, le montagne, la cosa più inevitabile da fare ti pare ascoltare l’Inverno.

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.