gita fuori porta

Mi piacerebbe tanto fare due chiacchiere con Sigmund, così, solo per la curiosità di sapere che malattia ho, precisa precisa.
Perchè il sogno di stanotte mi ha preso. Eravamo in una specie di gita in un posto strano, lontano, di cui non ricordo niente, nemmeno il nome. Comunque strano, non so perchè. In gita c’era una gran mischia di gente, compagni di varie scuole, di varie età, conoscenti non troppo conosciuti, parenti, sconosciuti veri. L’ultimo giorno di gita si viene a scoprire che è destinato al viaggio sulla Luna. Del tipo: siamo su un treno strano, un po’ storto, non lungo e stretto ma con tante stanze, in realtà. Io mi alzo per andare in bagno e quando arrivo al bagno si accende una luce rossa che vuoldire di andarsi a sedere perchè si sta arrivando. Quando torno al mio posto scopro che la stanza in cui c’era il mio posto si è staccata dal treno perchè in realtà quella stanza era la navetta per andare sulla Luna. Mi dispero insieme a un signore-maggiordomo lì vicino, e nel mentre ci accorgiamo di esserci staccati anche noi, insomma c’erano due navette una attaccata all’altra. Quindi ci tranquillizziamo.
Quando si tratta di arrivare mica si può atterrare così, normale, sulla Luna. Bisogna buttarsi nello spazio e rimanere tutti attaccati l’uno all’altro. Quello che è attaccato a me però lo perdo, non lo so, forse aveva la mano sudata, e cade nel vuoto, lo vediamo proprio sparire in basso e diventare un puntino. Però non è che ne rimaniamo sconvolti, abbiamo solo ammazzato un nostro compagno ma non ce ne frega più di tanto. Solo più tardi mi renderò conto che nello spazio non c’è la gravità e quindi quello non può essere caduto e allora il sogno si adeguerà alla mia scoperta e galleggeremo tutti felici nel vuoto. Ma fino ad allora: tutti attaccati, seduti sulla Luna (che era fatta di quel materiale del pavimento delle palestre, per intenderci, e che poi non era neanche così grande come sembra) a vedere arrivare tutte le altre navette. Le navette hanno la forma di Terra, cioè blu e verdi con disegnati i continenti, così che ci confondiamo sempre su quale sia quella vera (perchè si vede, ed è bellissima). (A un certo punto litigo quasi con uno perchè io dico che quella che vedo è l’italia e lui no, quando ci accorgiamo che stiamo guardando una cartina politica, con tutti gli stati di colori diversi, e quindi non può essere il pianeta Terra vero.)
Comunque.
Il sogno in sè era bellissimo. Il mio sogno da sempre: galleggiare senza gravità, vedere lo spazio, procurarsi avventure interessanti, oltretutto senza tutta quella responsabilità da ingegnere aerospaziale che oltre a galleggiare deve fare il meccanico alla navicella spaziale e mandare anche avanti un progetto scientifico.
Le avventure che mi ricordo erano, per esempio, di scendere delle scale infinite in una casa sulla Luna e bagnare i fiori, ma il guaio è che, senza gravità, come si fa a far scendere l’acqua dal rubinetto? Con noi c’era una signora malata di Alzheimer che non si trovava mai, e bisognava sempre cercarla. Sulla luna c’era anche un’isola, e per raggiungerla abbiamo dovuto prendere ancora la navicella, perchè l’isola non era nel mare ma nel vuoto, non saprei come spiegarlo. Su quell’isola mi ricordo che c’erano dei quadri famosi e ancora delle case con le scale che scendevano.
Io non so davvero dove sia andata a prenderla, tutta la fantasia? malattia? buontempo? che serve per inventarsi un sogno così. Una volta da piccola avevo sognato di volare sopra il mare, e andavo proprio veloce e sentivo l’aria sulla pelle, senza ali nè niente, stavo semplicemente sdraiata nell’aria e volavo. Però, voglio dire, chi non ha mai sognato di volare? E’ uno dei sogni più comuni, no?
Ma andare in gita sulla luna con una navicella che si stacca da un treno, perdere un compagno nel vuoto dello spazio, stare seduti in cerchio sulla circonferenza della luna, esplorare case con scale e quadri e fiori, mi ha lasciato un po’ più stupita.
Però era bello. (Bello davvero, in via dei matti, numero zero).

Ps. Con Sigmund, tanto per far vedere che a qualcosa posso arrivarci anch’io, comincerei col parlare di come ieri pomeriggio, dato che l’intestino mesenteriale mi annoiava, mi sono chiesta quanto sia lontano l’orizzonte, e ho anche preso un foglio e disegnato un cerchio, un omino, un raggio fino all’omino, la linea dello sguardo dell’omino e il raggio fino all’orizzonte. Ho provato a fare due calcoli, ma sono arrivata solo alla conclusione che la trigonometria l’ho scandalosamente dimenticata. E poi io volevo complicarmi la vita con gli integrali, quando c’era la bella formula di arco di circonferenza che io non sapevo. Ho trovato tutto qui, e ne sono felice. Questo è quanto, Sigmund, secondo me ti può essere utile. Ora a te.
(Qui, invece, ogni giorno c’è un’immagine dal cosmo diversa.)

Pps. Sì, c’ho pensato, ma The dark side of the moon, come titolo, era troppo scontato.

in via dei matti numero zero

Giorni di ordinaria follia.
Discreta carestia di argomenti nobili e degni di essere esposti al mondo intero.
Totalmente azzerata la voglia di prendere la bici e far andar le gambe per amene stradine padane.
Idem per la clamorosa idea che ha clandestinamente penetrato il mio cervello qualche giorno fa, e cioè quella di cominciare ad andare a correre, che fa bene e tutto il resto. Già dimenticata.
Comunque io corro già tanto. Tutte le sere, mentre voi siete lì a perdere il conto delle pecore, io mi vedo in tenuta sportiva a chiudere a chiave la porta del mio bell’attico a roma e andare a correre felice e spensierata nel parco di villa borghese per mezzora o più. Tutti i giorni, dico. (Ecco cos’è, qui manca l’ispirazione. Correre per il paese o tra le industrie non ispira quanto un grande e vero parco cittadino.)
La piscina l’ho temporaneamente sospesa. (La mia incostanza è veramente favolosa.)
Faccio finta di studiare mentre fumo speciali sigarette senza nicotina. (Marca: Mikado)
(Ringrazio ancora una volta la cara Ambrogia dai capelli dorati, che io adesso mi devo fare il calcolo combinatorio e la probabilità da autodidatta. Confido solo in quel "cenni" che c’è sul programma da sapere.)
Cucino tante torte alle pesche, e mangio tanto impasto crudo. Ma anche cotto.
Ho valicato a piedi le Alpi, insieme ai miei amici Galerio, Elvio e Leo. E a quel tipo strano di Bern, che io il libro l’ho finito ma quello lì non ho ancora capito come prenderlo. Bel libro, e bellissima avventura. Tanto più che io al Gran San Bernardo ci sono stata davvero, e il vento infame che tirava non ho fatto fatica a ricordarlo.
Gli argomenti scarseggiano, questo blog sta diventando noioso.

l’altra metà. limiti, infinito e baracche.

Bartleboom dice che la natura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti. La natura è perfetta perchè non è infinita. Che poi: in matematica si parla anche di limite all’infinito. Ma in effetti quando dici "limite" dici "finito". Però c’è anche da dire che l’uomo vuole sempre superare i limiti. E a volte ci riesce, questo è strano. Forse non erano veri limiti.
Comunque, il mondo si basa sui limiti. Un esempio, così a bruciapelo, il primo che mi viene. Una gara di velocità. Macchine, moto, quello che volete. La gara la vince chi arriva primo. E arriva primo chi va più veloce. Ma. Se le moto andassero a 90 all’ora ci sarebbe comunque un vincitore, ma non interesserebbe a molti. Invece vanno a 300 all’ora, e interessa. Perchè vanno alla velocità limite, oltre la quale, in curva, cadrebbero e non ci sarebbe più la gara. Vince chi si avvicina di più, ad ogni curva, alla velocità limite.
Poi ce ne sono tanti di esempi, ma non è che mi vengono tutti adesso.
Comunque il fatto è che se non ci fossero i limiti, nel mondo, non ci sarebbero obiettivi, non ci sarebbe spettacolo. Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. E’ un sistema geniale. I giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. Sembra scontato, ma c’è del genio. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti.
Tutta la matematica è basata sui limiti. D’altronde, se lo è la natura. (Gran vecchio, Galileo.) E sull’infinito, anche. Non so, uno studio di funzione, (un asintoto), una tangente, un integrale. Un punto. Una retta, un numero reale. Il concetto stesso di misura, è un limite. Prendi un righello e misuri un segmento. 3 centimetri. Poi vedi che la stanghetta dei 3 centimetri sul righello ha un suo spessore. E se il segmento finisce all’inizio, a metà o alla fine di quello spessore, sono cose ben diverse. E puoi fare mille stanghette, una meno spessa dell’altra, ma non saprai mai con esattezza la misura di quel segmento. Eppure una misura esatta ce l’ha. (Qua però è più la storia dei decimali illimitati, dell’infinito, dunque.)
Poi c’è da vedere la relazione tra i limiti e socrate. Perchè chi conosce i limiti, sa di non sapere. E’ sempre la storia del bianco, del nero, e delle sfumature in mezzo. Il fiume finisce e comincia il mare, questo è sacrosanto. Ma il punto preciso? Bartleboom lo studia. E’ un limite. Ma sono studi difficili, lo dice lui stesso.
Insomma, i limiti tengono in piedi gran parte della baracca. (Il resto sono i soldi, credo, ma anche qui si divagherebbe troppo.)

(Va bè, sono riflessioni così, modeste e scientificamente orrende, me ne rendo conto. Ognuno fa quel che può. Sorridete e annuite, solo questo, poi passiamo oltre.)