Chissà poi se bisogna tifare per il gatto o per la formica. Cioè, dico, quando la gattina – ancora alle prese con l’esplorazione curiosa e temeraria del mondo – si mette a seguire con lo sguardo i movimenti della formica, ruotando corrispondentemente la testolina, e tenta di prenderla con i suoi polpastrelli rosa e morbidi causando soltanto dei temporanei disorientamenti alla formica seguiti dalla rapida e primordiale fuga del “si salvi chi può” – quando è così, dico, che c’è la natura che gioca con la natura, entrambe piuttosto inconsapevoli di sé stesse, senza dèi, senza domande, senza giornate mondiali delle formiche, non si capisce chi bisogna tifare. Se distrai la gattina e dai il tempo alla formica di salvarsi, provocherai un’immane delusione alla gattina, che seguiterà a cercare il suo gioco non riuscendosi a spiegare dove cavolo è andata, che era lì un attimo fa. Se lasci alla gattina il naturale istinto cacciatore verso tutto ciò di piccolo che si muove, provocherai nella formica, se non necessariamente la morte o un qualche handicap fisico, almeno una buona base per uno shock psichico da tirarsi dietro nel prossimo futuro, lei che già ha mille cose da fare e una comunità intera da servire e tutto intorno è sempre così dannatamente grosso rispetto a lei.
Boh.
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Ancestrale, parte seconda: L’uccellino
"Sentite, sentite: su nel bosco dei castagni, picchi d'accetta. Giú nella cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna, atterrare alberi per costruire case. Là, nella vecchia città, altre case. Stenti, affanni, fatiche d'ogni sorta; perché? Ma per arrivare a un comignolo, signori miei; e per fare uscir poi da questo comignolo un po' di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Siamo in campagna qua; il languore ci ha sciolto le membra; è naturale che illusioni e disinganni, dolori e gioie, speranze e desiderii ci appaiano vani e transitorii, di fronte al sentimento che spira dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili. Basta guardare là quelle alte montagne oltre valle, lontane lontane, sfumanti all'orizzonte, lievi nel tramonto, entro rosei vapori.
Ecco: sdraiato, voi buttate all'aria il cappellaccio di feltro: diventate quasi tragico; esclamate:
«Oh ambizioni degli uomini!»
Già. Per esempio, che grida di vittoria perché l'uomo, come quel vostro cappellaccio, s’è messo a volare, a far l'uccellino! Ecco intanto qua un vero uccellino come vola. L'avete visto? La facilità piú schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioja. Pensare adesso al goffo apparecchio rombante e allo sgomento, all'ansia, all'angoscia mortale dell'uomo che vuol fare l'uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta; il motore s'arresta; addio uccellino!
«Uomo,» dite voi, sdrajati qua sull'erba, «lascia di volare! Perché vuoi volare? E quando hai volato?»
Bravi. Lo dite qua, per ora, questo; perché siete in campagna, sdrajati sull'erba. Alzatevi, rientrate in città e, appena rientrati, lo intenderete subito perché l'uomo voglia volare. Qua, cari miei, avete veduto l'uccellino vero, che vola davvero, e avete smarrito il senso e il valore delle ali finte e del volo meccanico. Lo riacquisterete subito là, dove tutto è finto e meccanico, riduzione e costruzione: un altro mondo nel mondo: mondo manifatturato, combinato, congegnato; mondo d'artificio, di stortura, d'adattamento, di finzione, di vanità; mondo che ha senso e valore soltanto per l'uomo che ne è l'artefice.
Via, via, aspettate che vi dia una mano per tirarvi sú. Siete grasso, voi. Aspettate: su la schiena vè rimasto qualche filo d'erba… Ecco andiamo via."
(L.Pirandello, Uno nessuno centomila)
Ancestrale
- “non è niente, non è per sempre”
- “codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”
Come se: per la stessa ragione della fuga, fuggire. Non c’è granchè di intelleggibile, a volte, di vocabolarizzabile, nel bisogno di ancestrale che ti porta a prendere la via del giardino e non del frigorifero quando hai voglia di un frutto. E fare a gara coi merli a scegliere la prugna più buona. (Ché – sembran quasi le Galapagos – qua i merli si stanno selezionando e diventano ogni anno più intelligenti: la paura del tagliaerba e degli umani è ormai roba da femminucce, adesso anzi sono contenti e ti seguono a meno di un metro per cercare lombrichi freschi nell’erba corta.)
E correre, semplicemente, quando vuoi rimescolarti un po’ i pensieri nel sangue che se no si depositano e fanno melma. Quando proprio serve stare un po’ più scomodi che seduti sul sellino della bici. Mandarli giù. Senza bisogno di automobile, di attrezzature, costumi da bagno o certificati medici. Gratis. Muovere le gambe, respirare. Basta. (Resistere, ecco, anche quello.) A sfidare te stessa, le ore di educazione fisica passate di forza a chiaccherare sui gradoni perché siamo femmine, e poi fuggite – anche allora – a giocare in difesa e calciare gli stinchi dei tuoi compagni di classe e ogni tanto prendere il pallone; sfidare le corse dall’asilo a casa tutte d’un fiato, il non aver più vent’anni e i sessantenni che fanno la stramilano.
(“A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”, dice il biglietto di compleanno dei ventuno.)
Trovare un gattino abbadonato che più che un gattino era una miniatura, e che poi da gattino è diventato gattina, e c'era da chiamarla Princesa se solo questa famiglia fosse musicalmente più acculturata. Vederla crescere con la sola forza dell'istinto, senza mamma nè servizi sociali, e assomigliare sempre più agli originali.
E riscoprire Montale, un pezzetto alla volta, con in più la soddisfazione di contestare la te stessa quindicenne che, causa cattedraticità della professoressa, pasticciava il libro mentre tutto quel male di vivere tediava l’aula. E avvicinarlo agli Afterhours e poi spostarlo di nuovo, repentina, ché sembrava una cazzata, ma poi rimanere nel dubbio.
E a proposito di ancestrale, Gigi ha – come sempre – qualcosa da dirci:
"(…) La campagna! Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. Sí ma se mi sapeste dire dov'è? Dico la pace. No, non temete non temete! Vi sembra propriamente che ci sia pace qua? Intendiamoci, per carità! Non rompiamo il nostro perfetto accordo. Io qua vedo soltanto, con licenza vostra, ciò che avverto in me in questo momento, un'immensa stupidità, che rende la vostra faccia, e certo anche la mia, di beati idioti, ma che noi pure attribuiamo alla terra e alle piante, le quali ci sembra che vivano per vivere, cosí soltanto come in questa stupidità possono vivere.
Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sí, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perché non ci si vive piú cosí per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensí per qualche cosa che non c'è e che vi mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l'affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia."
(L.Pirandello; Uno nessuno centomila)
La comprensione dell’universo (una ripetizione)
La voce di Eddie Vedder esplode in quel rearviewmirror e una chitarra lancinante, insistente come il capriccio di un bambino, appassionata come un acquazzone, dilaga. In quegli attimi, mentre comprendi l’Universo, apri gli occhi e sei lì, sul Ponte della Libertà. C'è un punto in cui la ferrovia passa sopra una cava, come Cristo sulle acque, come un aliscafo, e sembra una miniatura dell’entrata a Venezia. Ti ritrovi per quattro secondi con l’azzurro cristallino sotto e sopra, e in mezzo un orizzonte di ghiaia e sterpaglie momentaneamente trascurabile. Volendo, ti appaga per il resto della giornata.
Diesis
Vincono i ratti cocainomani, vincono le discussioni originali come pippo baudo, come il sedere delle modelle. Vincono gli auguri di compleanno ricordati per facebook, sinceri.
Ma tu basta che prendi un po’ di vento e una vecchia betulla, e hai fatto il mare. Siamo quelli che non hanno mai creduto alla storia della conchigl
ia appoggiata all’orecchio, lì ci sentivamo al massimo il frusciare del nostro sangue. (Facciamo colazione anche con un toast, del resto.) Sostituire il caffè la mattina con i cento metri olimpionici per prendere il treno, e poi sfiatare il fiatone. E sull’estratto conto sette centesimi di interessi, lordi, che due sono di ritenuta fiscale. E labbra da ridere. Come capire una conversazione fra stranieri, come i vecchietti che non ti conoscono eppure per strada ti salutano, perché sei giovane perché sei in bici, mentre a lato il ravizzone nei campi non ha altra ragione di esistere che il giallo. La primavera, all’inizio, è sottile come un diesis, e ti tiene su dai burroni di luoghi comuni, dai libri fotocopiati, da questa vita in pdf in cui si può perfino essere stanchi del futuro. E non sapere ancora se si chiamano banchieri o bancari, e non volerlo sapere mai.
La gimkana
E così, mentre Yara Gambirasio e la Libia perdono inesorabilmente posizioni nelle homepage dei quotidiani (perché va bene la suspence, va bene la ribellione non armata contro il dittatore, ma senza uno straccio di sospettato da linciare si perde il gusto, e se volevamo una guerriglia noiosa e tirata per le lunghe compravamo dei libri, che gli storici e i professori universitari coi baffi esistono
apposta), viene quasi da pensare all’unità di questa cosa che si chiama Italia. Dicono che sia un tema d’attualità. Che bisogna destreggiarsi bene tra storia, orgoglio, indifferenza, retorica, originalità e soprattutto fazzolettini verdi. Che è una gimkana sempre impegnativa e molti vorebbero davvero potersi distrarre col nome di quel sospettato, piuttosto.
A me verrebbe da stilare la seguente lista di buoni propositi, come piccolo e personalissimo impegno:
Per la storia: ci si perda in una classica wikigita.
Per l’orgoglio: si riascolti Gaber che non si sentiva italiano ma perfortuna o purtroppo lo era.
Per il pizzico di retorica: ci si bagni dell’entusiasmo di Benigni a Sanremo.
Per l’originalità, per esempio, si festeggi sinceramente l’impegno della nazionale di rugby di ieri contro la Francia che ha portato a una storica e meritatissima vittoria.
Per i fazzolettini verdi: io personalmente cercherò, con tutta la fondamentale ingenuità, di capire almeno a grandi linee in cosa consista questo cacchio di sbandieratissimo federalismo fiscale e se sia, senza pregiudizi, una cosa bella o brutta.
Per l’indifferenza direi che è sufficiente la condotta tenuta sino ad ora, siamo maestri.
Poi insomma, la cosa bella sarebbe riprenderli uno a uno e farci un post per ciascuno. Chissà.
Forse il loro viaggio porta un po’ più lontano
Forse il prezzo della benzina viene dopo.
Così, si scarica musica gratis e legale insieme, incredibile. Italiana e senza vallette, incredibile. Che parla in italiano, ma la si può anche regalare a quelli di là dal mare, volendo.
Balla che chiunque un giorno ballerà
guardando sotto i piedi leggerà il tuo nome
libertà
Vero e finto (la storia di un bicchiere)
Tralasciando di proposito ogni discorso sul contenuto del monologo dell'altro giorno di Marco Paolini (da non venirne più fuori per la serietà), appunto invece una cosa sulla forma, un dettaglio che mi ha colpito. E' un dettaglio, davvero. Non ricordo di preciso il momento, ma a un certo punto parlando ha accennato qualcosa e ha detto "adesso ve ne parlo, di questo, ma prima…" e, stava camminando per la scena, si è diretto a un piccolo lavandino. Al muro c'era legato con una cordicella un bicchiere, non ricordo se di vetro o di ceramica, l'ha riempito con un po' d'acqua e ne ha bevuto un bel sorso. Ma poi, la cosa strabiliante: dopo aver bevuto non ha ripreso subito a parlare, no. Ha risciacquato il bicchiere, prima. Proprio come facciamo noi a casa, l'ha passato velocemente sotto un getto d'acqua e poi l'ha scrollato, prima di rimetterlo al suo posto. Solo dopo, ha ricominciato a parlare.
A me son venuti in mente quei programmi televisivi che hanno un nome terribile, varietà (come a dire: non sappiamo fare niente di preciso, troppo impegnativo, siete matti), quelli che vanno in prima serata su raiuno o canale cinque con Carlo Conti o Antonella Clerici che sorridono e gridano sempre, o robe del genere. Che a volte mettono in piedi assurde scenografie di polistirolo in mezzo allo studio, solo per fare tirare un rigore all'ospite calciatore o farlo cadere in una piscina di vernice o fargli fare due metri di corsa coi sacchi. E dopo i trenta secondi di gag la scenografia o è appunto stata distrutta dalla gag o comunque non serve più, e finirà la sera stessa nei container dietro i capannoni di cinecittà dove arriveranno i camion a portarli via. Il bicchiere, qui, sarebbe stato di plastica e, soprattutto, sarebbe stato gettato per terra, in attesa che venisse un tecnico non inquadrato a portarlo via.
A me è venuta in mente la differenza tra finto e vero, e mi è venuto in mente che non è giusto dire che la televisione è finta.
Vero è un attore che parla da un'ora e a un certo punto fa un occhiolino a Pirandello, esce temporaneamente dal ruolo ed esercita il sacrosanto diritto di avere la gola secca. Ed è così vero che nello spettatore non avviene nessun cortocircuito, ci arrangiamo piuttosto bene con il concetto di attore e quello di uomo, davvero. Gli fosse anche scappata la pipì l'avremmo aspettato tranquillamente, nessun problema.
Finto è il polistirolo, finti sono i cerchi sul pavimento per indicare dove mettere i piedi, finti sono i sorrisi che non fanno ridere.
La televisione, di suo, sa essere perfettamente vera. (E il teatro è comunque finto, poche storie, vero Gigi? Meno finto del cinema, ma comunque finto. Però è fatto apposta.) Solo che non la usano quasi mai per quello scopo. Come al solito: si fa un'invenzione, geniale, storica, innovativa, poi ci si abitua, la si manipola, la si storta, e la si continua a far passare per innovativa. Finchè non arriva qualcosa di davvero innovativo e li frega tutti.
(sociofobia portami via)
E gridate, gridate, gridate, sai a me che me ne importa.
E parlate, parlate, io fingerò di ascoltarvi per l'ennesima volta.
Siete auto da corsa e non c'è modo di farvi rallentare
e non avete mai niente da dire, non sapete ascoltare.
E quanto dolore gratuito, buttate per il mondo
invece di nuotare voi bestemmiate sul fondo
Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare: devo far crescere un fiore!
Voi fareste qualsiasi cosa pur di farvi una reputazione
e vi piace circondarvi di gente che vi dà ragione.
Il sangue, il mio sangue, non vi ha fatto mai impressione
il sangue dalle mani voi lo togliete col sapone.
Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare: devo far crescere un fiore!
Sono fragile di dentro e voi lo sapete bene
e mi provoca sgomento osservarvi tutti insieme
azzannarvi furibondi per vedere chi è più forte
pronti a violentare la vita travestendovi da morte.
Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare: devo far crescere un fiore!
Voi non ci crederete, ma mi fate tenerezza
perchè la mano più forte dimentica la carezza.
Quindi vi lascio alla vostra serena mattanza
non vi sarà di peso la mia presenza.
Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare: devo far crescere un fiore!
Io sono un vigliacco e non vi porto rancore
ho ben altro da fare: devo nascondervi un fiore!
E gridate, gridate, gridate, sai a me che me ne importa.
E parlate, parlate, io fingerò di ascoltarvi per l'ennesima volta.
Della vernice sotto le scarpe
C’è da trascorrere il nostro tempo sugli autobus, sui marciapiedi, nelle stazioni, nelle sale d’aspetto degli ospedali, nei locali notturni, negli ingressi dei teatri, nei negozi. C’è da osservare con l’arroganza di chi si sente non osservato, ascoltare le telefonate come neanche i magistrati, dedurre informazioni inutili perché Aristotele ce lo permette.
Ci si innamora di tutti come se nelle loro narici l’ossigeno fosse più profumato, ed è possibile quindi che i nostri discorsi in no maggiore contro il grande fratello dei social network e delle borse della spesa trasparenti siano dunque solo una copertura. (D’altronde a colazione non ci si intinge mica la coerenza, nel caffelatte.) È un amore, più che platonico, asimmetrico. Come se nell’incontenibile esistere degli altri noi perdessimo volume, ci riducessimo a retina coclea e qualche circuito di pensiero, senza renderci conto di esserci, senza riuscire a vederci specchiati nelle vetrine, mentre viviamo.
Ci vorrebbe che avessimo tutti della vernice sotto le scarpe, sempre fresca, e per terra rimanesse traccia delle traiettorie di ognuno. Ci sarebbe solo da mettersi lì, seduti in un angolo, a guardare gli occhi di ogni persona che passa, a contare la frequenza dei suoi passi, a guardare tutte le traiettorie verniciate sul pavimento, e impazzirci. Ci vorrebbe curiosità – di quella senza scopi in filigrana, di quella non retribuita. Non ci vorrebbe odio, fretta, presunzione, e tutte quelle brutte parole che a dirle troppo si diventa brutti anche noi.
(Quando i mezzi pubblici fanno ritardo, quando ti spostano un appuntamento e ti fanno perdere tempo, quando qualcuno si comporta male, quando il mondo stronzo non aderisce alle tue esplicite precoci e precise richieste, quando per esempio lo fa perchè si scontra con le precise richieste degli altri, quando il signore seduto accanto a te puzza, quando il cielo piove senza aver minimamente posto attenzione alle ragioni espresse nelle vostre conferenze sulla femminile imprescindibilità delle ballerine. Perché lamentarti e arrabbiarti, perché pretendere tutto su misura? Perché non semplicemente accettare che il mondo è un po’ più complesso di quello che sembra, e che chiunque stia in amministrazione abbia da sudare? Perché farti la ruggine nel sangue? Ché poi non lamentiamoci che il mare è sporco, se tutti gettiamo il nostro piccolo sporco nei fiumi. Non lamentiamoci delle guerre fra Stati, se non sappiamo adoperare la pace nemmeno nelle riunioni condominiali, nemmeno nel salire sulla metro. Non pretendiamo l’equilibrio dell’universo, se siamo i primi a saltare sulla bilancia. Non convinciamoci che l’uva sia acerba, se è solo lontana.)
Siamo curiosi degli altri, senza peraltro capirli tutti, perchè è il nostro modo di rispettarli, perché solo così concediamo loro lo spazio cui hanno diritto, quell’intersecarsi delle libertà di ognuno che è il puzzle del mondo.
Siamo un pedone che si ferma per lasciar passare una macchina, siamo l'automobilista che ringrazia con un cenno della mano.
