Scoliosi

Qualche tempo fa, Roberto Saviano aveva decantato i suoi dieci motivi per cui vale la pena vivere, non in ordine di importanza. Io a dire la verità sono una persona triste e ad arrivare a dieci mi sa che non ce la faccio, però i miei sei o sette cominciano così:

- i pink floyd.

Riflettendoci, Pulse e tutte quelle robe lì, proprio non sono concetti intelleggibili. Un Best of dei Pink Floyd non ha senso, intrinsecamente, si regalano dei soldi ai loro manager e ai grafici e basta. Coi Pink Floyd si può fare un Worst of, al massimo. Che comunque conterrebbe davvero poca roba, a mio avviso giusto On the run (blasfemicamente, dico che proprio tende a innervosire, bastava durasse la metà, e pare quasi inutile in un disco invece così oltremodo necessario) e qualcosa del secondo disco di Ummagumma – per apprezzare il quale, forse, semplicemente non sono (ancora?) abbastanza sommelier. Il resto va bene così. Il resto te lo instilli nelle orecchie come le gocce per l'otite da bambina sdraiata sul divano a guardare i puffi storti. Come una medicina per il cattivo umore, quando un male innominato, brutto come la domenica sera, che neanche puoi localizzare di preciso alla testa, prende a distorcerti gli atteggiamenti e la disposizione verso il mondo, una specie di scoliosi dell'anima. Lì i Pink Floyd vengono opportuni come il limone sull'uovo sodo, e ti fai la tua cura da non poterne sgarrare una dose proprio come gli antibiotici. Due gocce di pifferaio, un'occhiata ai maiali in cielo, un colpo al muro e guarisci, già nei primi minuti ti riconcilii con l'universo come neanche due ex fidanzati in una soap opera. Da metterci le due i, proprio, che, giuste o non giuste, son belle. Davvero, è incredibile. E poi improvvisamente il furgoncino dei surgelati che ogni tanto passa per le vie urlando dal microfono la propria venuta e incitando le massaie alla discesa in strada, quello che di solito poi mette col microfono L'emozione non ha voce o Tu mi fai girar come una bambola, ebbene, stavolta inaspettamente metterà Yesterday.

Al centro commerciale

Le scale mobili portano a Lui.
Scivolavo su guardandomi intorno e lo vidi da lontano; seguii qualche suo passo e poi mi regolai indietro di due gradini.
O forse fu lui a vedermi e modulare tono e angolazione.
Le traiettorie si incontrarono.
I sorrisi scoppiarono.
Stavo andando via.
Sono appena arrivata ma ho poco tempo.
Un carrello-autoarticolato mi travolse e lui mi salvò scartando di lato, come un eroe.
Ci incamminammo nella giungla disarmati contro tutti, contro i riflessi alieni delle luci che sbattevano sulle pentole nelle vetrine e poi miravano a noi; lottavamo a mani nude contro le borse gonfie che ognuno portava con sè, volume abusivo al piano regolatore, le foravamo con una punta di sguardo e il veleno colava fuori mentre loro piangevano.
Ci arrendemmo su un caffè e al suo tavolino nel suo angolo buio, al riparo dai coseni subliminali degli alieni.
Il rumore delle casse ci giungeva lontano ma ostinato, in sette quarti.
Impostammo il tempo su "relativo" e lo lasciammo libero, a scodinzolare.
Parlavo e mi dimenticavo le virgole, lui rideva e tornava indietro a riprenderle.
La sicurezza gli gocciolava dalla bocca, la raccolsi nella tazzina e poi la bevvi.
I discorsi aravano l'inferno, veloci sulle loro brezze celestiali.
All'improvviso il tempo tornò da noi prepotente, e per di più senza una scarpetta.
La giungla, una passeggiata.
Le scale mobili portano con Lui, scivoliamo giù.

Strampalato e disperato tentativo di prosa sperimentale, in prima persona ipotetica, sequenza impressionista, favola postmoderna. (Perchè quando ti piace la parola "postmoderna" senza sapere troppo di preciso il sigificato, la useresti con tutto.)

(sociofobia portami via)

E gridate, gridate, gridate, sai a me che me ne importa.
E parlate, parlate, io fingerò di ascoltarvi per l'ennesima volta.

Siete auto da corsa e non c'è modo di farvi rallentare
e non avete mai niente da dire, non sapete ascoltare.
E quanto dolore gratuito, buttate per il mondo
invece di nuotare voi bestemmiate sul fondo

Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare: devo far crescere un fiore!

Voi fareste qualsiasi cosa pur di farvi una reputazione
e vi piace circondarvi di gente che vi dà ragione.
Il sangue, il mio sangue, non vi ha fatto mai impressione
il sangue dalle mani voi lo togliete col sapone.

Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare: devo far crescere un fiore!

Sono fragile di dentro e voi lo sapete bene
e mi provoca sgomento osservarvi tutti insieme
azzannarvi furibondi per vedere chi è più forte
pronti a violentare la vita travestendovi da morte.

Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare: devo far crescere un fiore!

Voi non ci crederete, ma mi fate tenerezza
perchè la mano più forte dimentica la carezza.
Quindi vi lascio alla vostra serena mattanza
non vi sarà di peso la mia presenza.

Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare: devo far crescere un fiore!
Io sono un vigliacco e non vi porto rancore
ho ben altro da fare: devo nascondervi un fiore!

E gridate, gridate, gridate, sai a me che me ne importa.
E parlate, parlate, io fingerò di ascoltarvi per l'ennesima volta.

Viva le ulcere

novembre è un mese che è facile dire che fa schifo e piove sempre e sopra i campi la mattina c’è la nebbia, ma è difficile contestare credibilmente che non fa schifo perché fa schifo davvero, e possibile che nel duemilaedieci non abbiano ancora trovato il modo di non far formare le pozzanghere, e che sui marciapiedi si combatta a stoccate di odio e ombrelli e i tram accanto sferragliano e ti han detto che è il loro modo di ridere, e i suv derapando in curva ti pennellano addosso la pozzanghera delle marianne perché è bello cominciare la giornata come la scena più mediocre di un film mediocre, perché a novembre ogni luogo comune vale, perché novembre non ha senso, o ne ha fin troppo.
(oppure sei lieto e al novembre non ci badi)
la sera fuori c’è buio e la sera comincia alle quattroemmezza, nei finestrini dei treni ci vedi riflessi i passeggeri dell’altro lato del corridoio e nel nero dietro scorre una centrale elettrica illuminata, e tenta pure di riflettersi nel fiume, e c’è da avere orecchi esterni medi e interni per intendere, c’è.
ed è una cosa vigliacchissima usare tutte queste coordinate, lo so.
ma di vigliaccheria qua si tengono lezioni, lezioni di mimica facciale, lezioni di logorrea, di esperti di moda che si grattano la gola ed è giusto oppure no capirne il senso etico?, di rospi e musica da ingoiare a stomaco vuoto, e viva le ulcere, e soprattutto viva le citazioni.
voglia di disinfestare i cervelli dalla plastica che li infesta, fonderli insieme e costruirci qualcosa di nuovo, esporli in un museo.
voglia di bruciare la paglia sotto alle galline che stanno facendo le uova, voglia di non disturbare, voglia di avere senso.

La zona industriale a Ferragosto

Può anche essere che poi siano tutte invenzioni. Ché a volte ti sembra proprio di sentire la giraffa sopra la tua testa, ben attenta a non entrare nell'inquadratura, e i teloni bianchi per la luce.

Uno sperava fermamente di poter vivere una vita intera senza mai dover entrare in una banca, poi succede quello che succede e si ritrova poco più che ventenne pensionato INPS, a scorrere impaurito le pagine e pagine di clausole di un conto corrente e ritrovarsi possessore di un marchingegno alieno di nome Bancomat. Ad entrare indifesa nella grande banca della grande città insieme ad altre due donnine indifese e sentirsi come i bambini di Mary Poppins, con tutto quel marmo, e sentir parlare di obbligazioni fondi comuni tassi fissi euribor bce capital gain e intanto essere rimasti indietro a chiedersi cosa voglia dire "cedola".

Uno ha mille parole in testa, da dire, le ha anche magari organizzate in frasi compiute e in discorsi sensati, concatenati, e poi si ritrova a dirne solo cento, o solo dieci, di quelle mille, ché erano troppe e quasi soffocava. Però se è uno che di solito ne dice una, di parola, anche averne dette dieci è un buon risultato, c'è da dire.
Soprattutto se sono uscite lasciando leggerezza e un buon aroma.
E l'autoradio può anche rimanere zitta, ché la musica la fanno i bei pensieri, a volte. I nastri registrati da riguardarsi nella mente, magari senza lasciar perdere troppi semafori gialli – ché poi diventano rossi mentre stai passando e ti tocca tornare indietro per vedere se c'era la telecamera, giusto così, per esser sicura di poter imprecare in modo ufficiale o se invece solo per esercizio interno morale.

E la zona industriale, a Ferragosto, è un'altra dimensione.
(E forse dirlo adesso e non a Ferragosto parrebbe ritardo, ma forse è solo il fuso orario.)

La Resistenza (con colonna sonora paradossa)

Con lo scudo che ci siamo trovati addosso
non di ferro non di piombo ma di vetro
invisibile a tutti tranne che alla nostra paura
alla nostra ignoranza alla nostra sapienza
– ignorante e sapiente paura -
nostro compagno e nemico
nostro souvenir
nostra arma di Resistenza insieme a un regalo ancora più grande:
in questo vetro lo svelarsi del Lontano.
Con lo scudo impalpabile
che riga di vetro il volto
senza lasciare tracce agli altri
– così vicini nel nostro sguardo Lontano -
noi imploriamo Resistenza.
Per quanto sarà valida, ancora, la Giustificazione?
Agli altri diamo la Giustificazione
- per loro è sufficiente -
noi sudiamo Resistenza.

Qualcosa che non voleva essere un flusso di coscienza

E non capisci gli incubi dei pesci rossi dice vasco Brondi in una delle sue canzoni e a te che sei cattiva viene da pensare che non capisci nemmeno le conferenze sullo smalto per le unghie, che qua mi sanno i prezzi a memoria e gli sconti nei negozi come la mamma con le uova dei supermercati e fra un po' troverai gli integrali sulla lista della spesa e l'algoritmo della combinazione prodotti-supermercati più conveniente e il tragitto più veloce e la festa del dio della schizofrenia.
Ma oggi che sei cattiva ti esalti con Piromani e il cielo marcio che si mischia col fumo delle fabbriche e prende la scusa dell'inquinamento quando sappiamo tutti che lo fa apposta.
Ti scaldi le mani sulla lampadina dell'abat-jour, la caldaia è rotta, il tecnico è rotto e la doccia fredda non la facevi neanche al mare, a quanto ricordi c'era la mamma che inseriva cinquecento lire nella doccia calda del bagno di Fregene che per arrivarci da Roma si vedevano tanti aerei e ti incazzavi se tutti i presenti in macchina non contavano gli aerei. Un aereo adesso lo incroci tutte le mattine che passa sopra il tuo cancellino mentre lo chiudi ed è terribilmente poetico non sapere dove va, facciamo che va a Brindisi e la finiamo qua.
In una giornata passi da Germi degli Afterhours all'Eroica di Chopin, mentre solchi gli spazi sconfinati del sopraslivellamento del tratto ST dell'ECG nell'infarto transmurale, e nel frattempo esamini affettatamente pensierosa lo spartito per piano di Stairway to heaven che sarebbe una figata riuscire a suonare per intero ma sei ferma da qualche millennio a sometimes all of our toughts are misgiven che nel pezzo dopo le note non ti tornano con il tuo ricordo della canzone e questo sarebbe propriamente il caso in cui lo spartito vince sull'orecchio (son fatti apposta, gli spartiti, a dirti cosa e come suonare) come diceva Galileo che la Bibbia perde con la scienza, ma tu sei propriamente testarda e vergognosamente senza voglia di far troppa fatica per cui risolvi la questione esattamente dimenticandola, ed esulti e gioisci al solo suonare ripetutamente il pezzo pre-intoppo, in loop, e rettificando la precedenre dichiarazione (sarebbe una figata riuscire a suonarla per intero) con un "prima o poi" quasi onesto.
L'eroica di Chopin comunque è una gran medicina, sappiatelo. Era anche per dire questo, credo, che ho imbastito una tale vergogna prososintattica, di cui scarico interamente la colpa alla cattiva abitudine di imbottire il cervello di pensieri poco alfanumerici e molto Aldo Palazzeschi, poi mettiamoci anche lo stress milanese (Milano era veleno…), la spasmodica fame premestruale, il costo del petrolio, la fame nel mondo e la corruzione.
In una giornata in bianco e nero cominciata con un sogno ormai non più ben identificato ma inquietante stile Gli uccelli di Hitchcock, con il cielo marcio e tutto quanto si diceva, Chopin può anche far tacere chi nella tua testa continua a urlarti quel gran pezzo rauco di Piromani che finisce con trasformiamo questa città in un'altra cazzo di cittàààà che a quel punto ti commuoveresti, se non fosse che vuoi rimanere coerente col momento di rabbia giovanile-postmoderna-esistenziale-taglinellatela-nichilista-anarchica e tutto quanto di più cupo e incazzato riusciva a trovartisi dentro e a sembrarti l'unico modo di esser vivo in questa giornata (in questa spiaggia deturpata appunto), prima di Chopin, appunto.
A quanto pare Vasco Brondi mi ha pagato per fargli pubblicità, e se guardate il codice html di questa pagina e lo specchiate e capite il codice per decrittografarlo troverete dei messaggi subliminali, che guardateunpo' ci riportano a Stairway to heaven e i messaggi diabolici, quindi il male nel mondo il costo del petrolio e la corruzione, in un anello impossibile come quegli effetti ottici con le scale rovesciate, e il tutto non sta cominciando ad assomigliare ad un orrido flusso di coscienza senza troppo senso che è meglio finire qua? Clof, clop, cloch, cloffete, cloppete, clocchete.

[Bibliografia:
Piromani e Le luci della centrale elettica in generale;
L'eroica in particolare;
Galileo così, per acculturarci;
La fontana malata
e E lasciatemi divertire, che di sicuro avete fatto alle elementari;
le scale impossibili son quelle dell'immagine, presa da qua;
e Stairway to heaven com'è nell'iperuranio.
]

Di parole, odio, umiltà, calma, grinte, ghigne e musi

("Tante le grinte, le ghigne e i musi: vagli a spiegare che è primavera.")

Magari si tratta solo di mia debolezza, ipocrisia, bacchettonaggine, storie di pagliuzze e travi negli occhi e cose così.
Magari invece no, non lo so davvero. Cercherò di descrivere soltanto, evitando paroloni socioesistenziali e conclusioni.
Può anche essere che tutto il mio punto di vista sia dettato solo dall'umore sporco, l'inettitudine cronica, la tendenza all'invisibilità e cose così. E può benissimo essere che mi sbaglio dall'inizio alla fine. Anzi, ho la sensazione che sia così, dati i risultati.

Ma siamo proprio così sicuri che uno non può venir lasciato vivere in pace? Lasciargli indossare i vestiti che vuole, la borsa nera sul vestito marrone senza guardarla con sguardo schifato, lasciarlo parlare come vuole ad alta voce al telefono sul treno anche se tu davanti stai studiando, lasciarlo parlare senza sbuffare apertamente, lasciarlo sorridere quanto vuole e arrabbiarsi quanto vuole anche per delle cazzate senza concludere che è sclerotico, non possiamo lasciarlo esprimere quello che vuole senza per forza dire che è comunista perchè sorride mentre parla di geologia o guerre puniche o altri siffatti argomenti evidentemente politici, non possiamo evitare di dedurre la sua intera struttura psichica dalle frequenze dell'intonazione di voce mentre ti chiede se sei in coda per il bagno, non possiamo aspettare a dire che è un bullo cafone, che è un'oca giuliva, che è odioso io lo odio non lo sopporto guarda come si muove (!), aspettare almeno di vederli una seconda volta nella nostra vita?
Sembra che ci sia da odiare il mondo intero, a sentirli. Quello che ti urta con l'ombrello sul marciapiede maleducato, quelle che guarda come si vestono scollate, tra l'altro senza nemmeno poterselo permettere, quelli che parlano col professore a fine lezione lecchini ci scommettevo, quelli con la fisarmonica sulla metro che intralciano, l'amico dell'amico dell'amico che una volta, l'unica volta in cui ci abbiamo avuto a che fare, ha fatto un commento non troppo diplomatico sulla nostra gonna, le liceali che si vestono proprio da fighette ma dove vanno cosa credono che schifo noi non eravamo così (tre anni fa!), il professore che sembra sapere di saperne e allora è un montato mi sta sul culo, il controllore che ti chiede il biglietto con tono brusco e insomma cosa gli costa essere più cortese io che già salgo su questi treni sozzi da terzo mondo. C'è da odiare tutti. C'è da osservare tutti, odiarli, e poi costruire ad hoc pettegolezzi e correnti d'odio da spargere in giro, per il bene comune.

Ho detto che non traggo conclusioni quindi non dico: non si potrebbe provare a capire? Un pochino, niente di che, solo un pochino, ma provare a capirli, gli altri. A superare il nostro schifo del sudore e indossare i loro famosi panni? A pensare a tutto il casino che abbiamo in testa e immaginare che ce l'abbiano anche gli altri, che anche gli altri hanno il diritto di casino e passato e problemi e invidie e passioni e moventi? Non provo neanche a pronunciare la parola "giudicare" nè a coniugarla o declinarla in alcun modo, per carità, troppo grossa.
Dico solo: non si potrebbe semplicemente ignorare? Sopportare suona troppo rassegnato, alle vostre orecchie da campioni? Allora diciamo fregarsene? Calma? Rispettare? Non invadere? Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te? Non so.
 
Che poi non so neanche quale sia il ragionamento più giusto: (a) c'è talmente tanta differenza tra le parole e la realtà che è bene badare bene a quello che si dice, oppure (b) proprio perchè c'è tutta questa differenza si può dire tutto, si può anche azzardare, tanto non ha valore.

Non si tratta di negare il diritto all'odio. Ci mancherebbe. Tutti guardiamo la gente e pensiamo qualcosa sulla gente, anche sul modello di scarpe, sì. Si tratta di capire se è lecito anche dirlo, tutto quello che si pensa su quelle scarpe. Magari è ipocrita non dirlo, davvero non lo so.
(Non si tratta neanche di rivendicare il diritto-dovere alla bontà, io lo farei, ma lo so che se uno non ne è già convinto di suo non funziona per niente.)
Ma magari invece sarebbe giusto andare oltre, col pensiero. Farsi qualche assioma di base con cui dirigerlo, e saltare a dei passaggi più avanti che implichino il valutare che delle scarpe di quello, fondamentalmente, non deve fregarcene niente. Non parlo di morale imperativa e ideologia, solo dei piccoli, umili, assiomi.

Ma forse sbaglio, e confondo l'umiltà con la nullità, la dichiarazione d'odio con l'essere vivo, e il mio dire "ignorare" è solo apatia, che poi pare voglia dire "morte", sembra - io non ne sono anche qui molto sicura. Non sono sicura di niente.

Allenamento

C’è voglia di parlare di tutto e non c’è verso di parlare di niente. (Neanche della doppia negazione che c’abbiamo noi in italiano che a volte salta all’occhio come la cosa più insulsa del mondo, ma rimane lì lo stesso.)
Si elaborano una ventina di argomenti, di spunti illuminati del momento, perfino i titoli e le citazioni iniziali vengono già, ma quello che manca è il post. (Per fare un post ci voglion le frasi, per far le frasi ci vuole il senso, per fare il senso ci vuole il pensiero, per fare il pensiero…) Boh. Basterà un fiore?
Sarà che la fisiologia ingrombra. Bene o male, a seconda, ma nettamente ingombra. Che credi di scoprire tra le righe un possibile substrato neurofisiologico delle Idee di Platone e ne vai ignorantemente fiera. (Lo sapevate, voi, che nelle aree visive secondarie o giù di lì, da qualche parte nella corteccia, ci sono dei neuroni che reagiscono preferenzialmente alla visione di figure complesse, per esempio i volti, e che tra questi alcuni preferiscono il profilo, alcuni la prospettiva frontale, alcuni le mimiche facciali felici altri no, eccetera? O che, nelle varie aree motorie, alcuni neuroni si attivano non solo durante un certo movimento, tipo la prensione con la mano, ma anche durante la visione di un oggetto compatibile con quell’azione, senza che questa effettivamente avvenga? C’è l’Idea e poi c’è il mondo. Io l’ho detto. Vedi mai che è davvero una scoperta e finisco su PubMed.)
Sarà che a volte il mondo va avanti, bene o male vedete voi, e a te sembra di essere come in quelle specie di incubi in cui devi correre per un qualsiasi motivo (per prendere l’ultimo treno di questo mondo prima di un disastro nucleare, per scappare da un qualcosa o da un qualcuno imprecisati) e non ce la fai assolutamente perchè hai come le gambe paralizzate, tu dai il comando ma loro non si muovono, peggio che camminare nell’acqua alta, c’è l’aria densa e ti fanno attrito le articolazioni.
Che guardi i gatti, che passano gli inverni acciambellati sul divano e le estati a pancia all’aria sul vialetto d’ingresso, che godono estasiati al solo accarezzarli sotto il mento e sembra che la vita stia tutta concetrata lì. Ben lontana da te e dalla tua visuale, e dalla fisiologia. (Nel cui nome, per inciso, si è anche fatto crescere per qualche mese un gattino in un cilindro su cui erano disegnate solo linee verticali, per vedere che poi una volta liberato sapeva riconoscere solo oggetti verticali e inciampava se gli ostacoli erano orizzontali. Per inciso. Un cilindro.)
Che guardi gli altri, chiunque, fare qualcosa, qualunque cosa, e vorresti chiedergli ma come fai, ma te l’ha insegnato qualcuno, ma quante ore al giorno ti alleni.
Ci vorrebbe un tasto che fermi il tempo ogni volta che stai per fare qualcosa - anche solo nascosto in un braccialetto, niente di megaspaziale – e dici scusa un attimo che vedo, il mondo si ferma qualche istante, tu ti vai a riprendere mentalmente tutte le tue leggi e le tue teorie e i tuoi consigli che man mano ti sei costruito con gli anni e elabori il da farsi. Poi ripremi il pulsante e lo fai. Non è inganno, è solo un po’ di attenzione. Sarebbe una grande rivoluzione. Che la vita è tutta in tempo reale e invece sarebbe meglio darla in leggera differita.